#divietodiassumere, l’analisi de Il Foglio – @marcovaleriolp

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Marco Valerio Lo Prete, Il Foglio

La sinistra italiana, in particolare l’attuale presidente del Consiglio Matteo Renzi, “si sta consegnando a un neoliberismo sfrenato, presentato come se fosse l’unica idea teoria economica possibile”. Parola di Salvatore Settis, già direttore della Scuola Normale di Pisa, intervistato ieri dal Fatto quotidiano. E questo è soltanto l’ultimo degli alti lai che, nel dibattito pubblico italiano, si è alzato contro il mercatismo imperante in Italia. Infatti in tempi di pil stagnante e dopo una lunga recessione, con la disoccupazione ancora in crescita (ora al 13 per cento), sui media si sprecano gli assalti retorici all’éccessivo laissez-faire che sarebbe alla radice degli scompensi economici del paese. Lo stesso paese con il debito pubblico (nota bene: pubblico) che ha superato la soglia record del 130 per cento del pil, con la spesa pubblica (nota bene: pubblica) che nessun governo hatrovato
ancora il modo di contenere e razionalizzare in maniera continuativa, lo stesso paese in cui M5s e Pd s’ingegnano in queste ore per frenare l’appena conquistata liberalizzazione degli orari per alzare e abbassare la saracinesca dei negozi, reintroducendo l’obbligo statale di chiusura domenicale per gli esercizi commerciali. In questi giorni, in particolare, il “neoliberismo imperante” si starebbe riversando secondo i critici del governo sul mercato del lavoro. Colpa di un decreto già approvato dall’esecutivo che cancella il requisito della “causale” per i contratti a termine e che alleggerisce alcuni obblighi formali per l’apprendistato, oltre che di un disegno di legge delega (presentato in Senato e pubblicato ieri sul sito del ministero del Lavoro) che spingerà il Parlamento a rivedere. gli attuali ammortizzatori sociali e a semplificare le tipologie contrattuali esistentimuovendo verso un contratto unico a tutele progressive. Ma siamo davvero al “liberi tutti” contrattuale sulle spalle dei lavoratori? Non sembrerebbe, considerate le enormi rigidità denunciate dalle organizzazioni internazionali, e soprattutto da privati ed esperti in materia. Giampiero Falasca, giuslavorista e responsabile del Dipartimento lavoro dello studio legale internazionale DLA Piper, ha analizzato approfonditamente l’ingessata situazione attuale in un saggio che uscirà la prossima settimana per Edizioni Lavoro, intitolato “Divieto di assumere”. Secondo Falasca, dietro i licenziamenti in aumento dal 2009 a oggi, “non c’è soltanto la crisi”. All’origine dei licenziamenti c’è la decisione di alcune aziende di “ristrutturare l’organizzazione del lavoro” per abbassare il costo dello stesso, mutare i ruoli dei dipendenti, eccetera; il problema è che “questi processi di riorganizzazione passano attraverso i licenziamenti (…) anche perché il diritto del lavoro italiano non conosce strumenti adeguati per rimodellarel’organizzazione del lavoro”. Nel paese del presunto neoliberismo imperante, per esempio, “è impossibile cambiare le mansioni dei dipendenti”: la retribuzione dei lavoratori inquadrati a tempo indeterminato con contratti nazionali segue “un sistema di regole che esige una crescita costante degli stipendi e delle retribuzioni”, senza tener conto che apprendimento e aggiornamento dei lavoratori non aumentano indistintamente e in maniera continuativa.
In molti allora hanno tentato la “scorciatoia” della flessibilità da scaricare sui nuovi assunti, da una parte alimentando così il dualismo del mercato del lavoro (diviso tra iper garantiti che nelle imprese con più di 15 dipendenti non possono essere licenziati individualmente per motivi economici e super precari), dall’altra scontrandosi comunque con una legislazione troppo complessa.
Falasca, studiando le ultime più importanti riforme del mercato del lavoro (Treu del 1997, Biagi del 2003, Damiano del 2007, Fornero del 2012), ne mette in risalto la lunghezza, la verbosità, oltre alle decine (a volte le centinaia) di riferimenti alla contrattazione collettiva o ai decreti ministeriali che sovente contraddicono pure la filosofia che ha mosso il legislatore. Risultato: “Chiunque vuole assumere personale regolare, deve sottostare a regole che disegrano un labirinto senza uscita”. Vale anche per forme teoricamente virtuose come l’apprendistato finalizzato all’assunzione: “Dopo la riforma Biagi del 2003 scrive Falasca ci sono stati ben 10 interventi correttivi (l’ultimo è il Jobs Act) tramite leggi o decreti legislativi, più 2 integrazioni normative tramite decreti ministeriali. Queste norme hanno avuto bisogno di ben 17 circolari interpretative, oltre a 30 tra note e interpelli”.
Regole sovrabbondanti, anti economiche e continuamente cangianti, affiancate da una contrattazione aziendale che stenta a decollare (con annesso disallineamento tra produttività e salario), il tutto sommato a costi del lavoro proibitivi: un dipendente a tempo indeterminato nel settore del commercio in Lombardia, costa all’azienda 2.118 euro ma ne intasca effettivamente 1.116, più o meno la metà.
Per non parlare dell’aleatorietà delle sentenze sui contenziosi giudiziari che riguardano il lavoro: basti dire che nel paese del “neoliberismo imperante” (cit. Settis), la Costa, dopo aver licenziato nel luglio 2012 il comandante Schettino per aver fatto naufragare una nota nave da crociera, e dopo il ricorso dello stesso Schettino, sta ancora attendendo un’udienza nel merito da parte della Corte di cassazione. In una situazione come questa, non c’è incentivo economico che possa compensare tanti disincentivi normativi, per usare le parole del giuslavorista Marco Biagi (assassinato dalle Nuove Br nel 2002): di fatto vige un “divieto di assumere”.
D’altronde la vulgata sul liberismo onnipervasivo spopola in tutto il continente europeo, al punto che studiosi come Vivien Schmidt (Boston University) e Mark Thatcher (Lse), nel loro “Resilient liberalism in Europe’s political economy” in uscita per Cambridge University Press, ne scandagliano- la veridicità. La flessibilità dei principi liberali, gli interessi costituiti che li difendono, la lentezza del cambiamento istituzionale (vedi i cardini rigoristi e ordoliberali su cui si fonda da 20 anni la moneta unica) spiegano la resilienza del discorso liberista in Europa, anche in un periodo di crisi che ha pochi precedenti. Per l’Italia, però, gli autori e in particolare la studiosa Elisabetta Gualmini (Università di Bologna, Istituto Cattaneo) pur non essendo sostenitori del “neoliberalism”, hanno dovuto coniare una curiosa spiegazione ad hoc: “In breve, Italia ha avuto una retorica neoliberale ma non una realtà di questo tipo”. Il liberismo si dice ma non si pratica.

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