Il licenziamento tardivo va punito solo con il risarcimento: il chiarimento delle Sezione Unite

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Il licenziamento disciplinare che viene dichiarato illegittimo per tardività della contestazione deve essere sanzionato con il riconoscimento in favore del dipendente di un’indennità risarcitoria di importo compreso tra 12 e 24 mensilità della retribuzione globale di fatto; non spetta, invece, la reintegrazione sul posto di lavoro, in quanto tale sanzione si applica a fattispecie diverse e più gravi.

Con l’affermazione di questo principio di diritto, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione (sentenza n. 30985/2017) hanno risolto il rilevante contrasto interpretativo sorto in merito al regime sanzionatorio da applicare ai licenziamenti che risultano illegittimi per tardività della contestazione disciplinare. La questione riguarda i licenziamenti per i quali ancora trova applicazione l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori; la norma, infatti, regola solo i rapporti sorti prima dell’entrata in vigore del Jobs Act, mentre è inapplicabile ai rapporti di lavoro privati costituiti dal 7 marzo 2015, per i quali valgono le regole del d.lgs. n. 23/2015 sulle c.d. tutele crescenti.

La controversia da cui scaturisce la sentenza era stata promossa da un lavoratore cui l’azienda aveva contestato un illecito disciplinare ad oltre due anni di distanza da quando si erano svolti i fatti. All’esito del giudizio di primo grado, il dipendente aveva ottenuto l’accertamento dell’illegittimità del recesso e il Tribunale aveva applicato la sanzione risarcitoria; invece, in appello la Corte aveva optato per una sanzione più forte (reintegrazione sul posto di lavoro).

Le pronunce di primo e secondo grado hanno applicato i due distinti e contrapposti orientamenti della giurisprudenza di legittimità in merito alle conseguenze sanzionatorie del vizio della tardività. Secondo un indirizzo – seguito dal giudice di primo grado – si deve negare carattere sostanziale al vizio della tardiva contestazione disciplinare, con conseguente applicazione della tutela indennitaria; secondo un altro orientamento – seguito dai giudici di appello – l’immediatezza della contestazione costituisce un elemento costitutivo del licenziamento, la cui mancanza consente l’applicazione della tutela reintegratoria.

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione dirimono il contrasto aderendo al primo orientamento. La sentenza parte da una considerazione inconfutabile: l’art. 18 non include mai la contestazione tardiva tra i vizi che comportano la reintegrazione sul posto di lavoro, che sia la versione “forte” prevista dal comma 1 (reintegra più risarcimento illimitato) oppure quella “attenuata” prevista dal comma 4 (reintegra più risarcimento limitato a un massimo di 12 mensilità).

La Corte rileva, infatti, che il fatto contestato tardivamente comunque è stato commesso e, come tale, non può considerarsi materialmente inesistente.

Una volta chiarito che si applica la tutela indennitaria, la sentenza si pone anche il problema di chiarire se si applica la tutela indennitaria piena (dalle 12 alle 24 mensilità) oppure quella in forma attenuata (dalle 6 alle 12 mensilità).

Quest’ultima sanzione si applica alle violazioni meramente procedurali, fattispecie cui – secondo la Corte – non si può assimilare la tardività della contestazione, in quanto il principio di tempestività dell’azione disciplinare non esprime una semplice regola formale ma è indispensabile per garantire al lavoratore una difesa effettiva.

Pertanto, conclude la Corte, la tutela indennitaria ridotta si applica solo quando il datore di lavoro vìola delle regole che scandiscono le modalità di esecuzione dell’intero iter procedimentale. Quando, invece, la violazione travolge un principio generale di carattere sostanziale come quello della tempestività della contestazione, si deve applicare la tutela  indennitaria piena, con il riconoscimento di un risarcimento compreso tra le 12 e le 24 mensilità.

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