Non bombardare di email il dipendente durante il week end: si può causare un danno risarcibile

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Intervista a cura di Claudia Osmetti, Libero 21.01.18

«Se l’insonnia è dovuta a problemi sul lavoro può portare a un risarcimento». Giampiero Falasca, avvocato giuslavorista, non ci gira troppo intorno. Se pensate che dormire poco, e magari pure male, sia un problema solo fisico, vi sbagliate di grosso: nei (mancati) riposini notturni c’è anche l’aspetto legale, che non si tramuta in un vero e proprio diritto al cuscino, ma in una serie di accortezze da mettere in atto in ufficio. «Spesso i motivi alla base dei disturbi del sonno sono legati all’ambiente lavorativo», racconta l’esperto, «e qui entrano in gioco diverse questioni».

Avvocato, cosa bisogna fare in questi casi?

«Occorre anzitutto vedere se il datore di lavoro ha messo in atto tutte le misure preventive per evitare che si verificasse lo stress che è alla base dell’insonnia».

Cioè?

«Esiste un obbligo di valutare il cosiddetto “stress da lavoro correlato”: l’organizzazione del lavoro deve essere idonea a prevenire queste situazioni e ci vuole un monitoraggio continuo».

Altrimenti?

«Tutti questi obblighi implicano un eventuale responsabilità giuridica. Se non sono adempiuti correttamente, dei danni ne risponde il datore di lavoro».

Semplicemente?

«Beh, servono prove certe. Certificati medici e documenti che testimoniano l’esistenza di un ambiente insalubre».

Per esempio?

«Per esempio si dovrebbe dimostrare un eventuale mobbing. Se un carico di lavoro è talmente eccessivo da incidere sul sonno di un dipendente, per i tribunali ne è responsabile il datore».

Anche se non ha fatto nulla?

«Anche se personalmente non centra e sono invece i colleghi a fare pressioni».

E cosa gli succede?

«Dovrà pagare un risarcimento del danno. Non è una mica sciocchezza».

A quanto ammonta questo indennizzo?

«La giurisprudenza varia a seconda dei casi, ma il criterio è quello di una percentuale sulla retribuzione mensile che va dal 30 al 100% dello stipendio percepito durante gli anni accertati».

Non sembra però molto facile da dimostrare…

«Infatti non lo è. Purtroppo ci sono tanti furbetti in giro”.

Oggi siamo bombardati da email di lavoro anche la notte. Questo incide sul suo discorso?

«Sicuramente. Se non riusciamo a governare lo smartphone siamo invasi dal lavoro anche se ci sembra di non esserlo».

Ma così come si fa a capire se c’è una responsabilità altrui?

«La linea di confine è molto delicata. Se l’azienda, con un comportamento concludente, esige dai propri impiegati che ci siano risposte a tutte le ore, rischia di avere guai».

Insomma, bisogna staccare anche per dormire meglio?

«Certo. Se una persona per contratto lavora otto ore al giorno e poi, nei fine settimana, è inondato di messaggi non va bene. Non va bene da un punto di vista fisico, ma nemmeno da quello giuridico. Chi paga quel lavoro? Adesso è tutto destrutturato».

Come si può risolvere?

«Con maggiore chiarezza, specie normativa. Le leggi raccontano un lavoro che non esiste più. Dovrebbero aggiornarsi, come quelle sullo smart work».

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