Ryanair ha commesso un grave errore. Ma il diritto di sciopero è messo in crisi anche dai troppi “venerdì neri”

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La decisione di Ryanair di aprire un tavolo di confronto con le organizzazioni sindacali, dopo le minacce rivolte ai dipendenti per indurli a non scioperare, è un segnale molto positivo: l’errore era troppo grande ed evidente per non essere corretto tempestivamente. Se si vuole ragionare seriamente sul diritto di sciopero non basta, tuttavia, respingere le improvvide iniziative di chi vuole negare l’esercizio di un diritto costituzionale; è necessario anche riportare al centro dell’agenda pubblica la necessità di frenare gli abusi che proliferano in molti settori cruciali della vita produttiva del Paese, compreso quello del trasporto aereo. Questi settori devono fare i conti con un numero insostenibile di scioperi, che si ripetono con cadenza periodica per motivazioni spesso oscure agli stessi aderenti, che in alcuni casi sfociano in un vero e proprio far west che danneggia i cittadini e le imprese. Non è possibile, come detto, pensare di contrastare questi abusi mettendo in discussione il diritto di sciopero; bisogna intervenire con strumenti appropriati, ripartendo – innanzitutto – dal rilancio delle relazioni industriali, che devono essere la sede naturale di composizione delle controversie collettive, e possono definire regole certe e condivise da tutti gli attori del sistema per l’esercizio ordinato delle astensioni dal lavoro. Il legislatore – applicando fino in fondo l’art. 40 della Costituzione – può accompagnare e sostenere questo percorso, partendo da un efficientamento delle norme previste per i servizi pubblici essenziali, e disciplinando le astensioni collettive in dei lavoratori autonomi, che producono spesso grandi disagi all’utenza. Questi interventi sono più urgenti di quanto possa apparire: perché il fronte compatto e unitario che si è creato, giustamente, contro la minaccia di Ryanair, è destinato a sgretolarsi in occasione del primo venerdì in cui cittadini troveranno chiuse le metropolitane, le stazioni ferroviarie e gli aeroporti, senza conoscere le ragioni della protesta e senza avere idea di chi rappresentano le organizzazioni che l’hanno indetta.

(Giampiero Falasca Il Sole 24 Ore, 16.12.17)

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