I falsi miti non servono per rilanciare il lavoro

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Con l’avvicinarsi della scadenza elettorale, i partiti politici soffiano sul vento della demagogia e formulano proposte anacronistiche sul lavoro, che ci riportano a un passato costellato di fallimenti.

Ho scritto un pezzo sul Sole 24 Ore di sabato 9 dicembre, che riporto di seguito, sperando di stimolare un approccio meno grossolano a temi così importanti.

***

(Il Sole 24 Ore, 9.12.17)

Il voto in commissione Lavoro alla Camera, con il raddoppio degli indennizzi in caso di licenziamento illegittimo, indica come il tema del lavoro continui a essere al centro del dibattito politico. Il problema, però, è che le proposte sono contrarie o inadeguate ai bisogni del mercato del lavoro.

Quali sono i mali, al di là di ogni ideologismo? L’eccessivo formalismo che ancora governa i rapporti di lavoro, il peso insostenibile del cuneo fiscale e contributivo, la mancanza di un efficace sistema di politiche attive, la difficoltà di fare dialogare scuola, università e sistema economico, l’impatto travolgente della rivoluzione digitale. Purtroppo, nessuno di questi temi pare in cima alle preoccupazioni dei politici, che sembrano orientati a lanciare – con forme e soluzioni diverse – un solo, convergente, messaggio: tornare al passato per ridare stabilità al lavoro e combattere la precarietà dilagante.

Non passa giorno senza che un leader politico non proponga un «ripristino dell’articolo 18» (da ultimo, Luigi Di Maio), anche se nessuno sembra in grado di spiegare bene cosa significhi questo. Si vuole tornare alla versione iniziale dello Statuto dei lavoratori, introdotta nel 1970?

Sarebbe una proposta clamorosa, in quanto nessun ordinamento occidentale è oramai dotato di un sistema così rigido.

Oppure si vuole soltanto ripristinare la versione riformata nel 2012 dalla legge Fornero, che ancora oggi disciplina la stragrande maggioranza dei rapporti di lavoro? Se così fosse, sarebbe un’operazione di puro marketing politico, considerato che le differenze tra legge Fornero e le tutele crescenti (applicabile ai nuovi assunti dal 7 marzo 2015) sono molto meno strutturali di quanto si voglia far credere. La riforma del 2015, infatti, ha confermato il regime sanzionatorio introdotto nel 2012, limitandosi a renderlo più esigibile e meno costoso, senza alterarne i principi fondamentali.

Anche le misure che dovrebbero servire a combattere la precarietà sono fortemente orientate a un ritorno al passato.

La vicenda dei voucher è paradigmatica: è stato cancellato uno strumento che, nonostante la demagogia ingiustificata, era soggetto a regole stringenti (il problema semmai erano i controlli) e assorbiva forme di lavoro prima svolte in modo irregolare.

Chi lavorava con il voucher è passato al lavoro nero, ai contratti intermittenti o a forme di collaborazione del tutto inadeguate, come accadeva prima che questa forma di flessibilità fosse introdotta.

Si profila una restaurazione anche per il contratto a termine, che dovrebbe subire una riduzione della durata massima, in linea con un impianto restrittivo che ormai sembrava messo nel dimenticatoio.

Tutte queste misure, come detto, guardano al passato; non ci sarebbe niente di male, se questo passato fosse servito a costruire meccanismi efficienti di entrata e uscita dal lavoro. Ma così non è; negli ultimi decenni (e purtroppo, per molto aspetti, anche nel nostro presente) abbiamo dovuto sopravvivere a quello che Marco Biagi chiamava, con la consueta lucidità, il «peggior mercato del lavoro d’Europa».

Fingendo di non ricordare questi fallimenti, si vende la facile illusione di garantire con un tratto penna quelle tutele che, invece, solo un sistema efficiente può assicurare.

Una politica lungimirante dovrebbe evitare di cadere in tentazioni puramente demagogiche, trovando il coraggio di scommettere su riforme di lungo periodo capaci di far funzionare un mercato del lavoro ancora asfittico. C’è qualcuno disponibile a lanciarla, questa scommessa?

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