Crisi aziendali: è necessario incentivare la ricollocazione e la formazione dei lavoratori

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Le crisi aziendali sono in crescita costante dal 2009, per motivi diversi: il settore industriale fatica a reggere la concorrenza di mercati meno costosi, molte multinazionali riducono la loro presenza in Italia a causa della scarsa competitività del sistema Paese, la crisi genera un’attenzione quasi ossessiva al contenimento dei costi.

La crescita del fenomeno ha trovato impreparata l’amministrazione pubblica, che si è dimostrata incapace di affrontare il problema con strumenti innovativi. Una crisi di grande rilevanza finisce, quasi sempre, al Ministero dello Sviluppo Economico, dove viene avviato un “tavolo” di confronto che, quando si chiude positivamente, nella grande maggioranza dei casi produce sempre gli stessi risultati: un accordo sulle uscite incentivate e il ricorso agli ammortizzatori sociali.

Questi risultati arrivano dopo mesi di estenuanti trattative, svolte seguendo riti e procedure ormai del tutto vecchie e inadeguate rispetto alla tempestività che richiede l’economia dei nostri giorni. Raramente il tavolo negoziale affronta temi cruciali come le prospettive di ricollocazione dei lavoratori, da un lato, e il rilancio aziendale, dall’altro.

In un sistema moderno, le istituzioni dovrebbero poter disporre di strumenti per partecipare attivamente al tavolo delle crisi (progetti formativi, servizi di ricollocazione, incentivi per avviare lavoro autonomo, ecc.). Questi strumenti esistono solo sulla carta, ma in concreto non sono fruibili, con la conseguente che gli organi pubblici possono svolgere, al massimo, un ruolo di semplici “mediatori” tra le parti.

L’inadeguatezza della strumentazione esistente è stata evidenziata anche dall’intesa raggiunta nei mesi scorsi da Confindustria e dalle organizzazioni sindacali più rappresentative, con la quale le parti sociali hanno individuato alcune interessanti proposte di modifica del quadro normativo.

Il particolare, viene proposta l’introduzione di un modello innovativo di gestione delle crisi e delle ristrutturazioni aziendali che metta al centro la ricollocazione dei lavoratori, assegnando alle parti sociali, attraverso la contrattazione, un ruolo che non sia limitato alla definizione dei piani di incentivazione all’esodo. In questo senso appare molto interessante l’idea di definire, con accordo sindacale, un “piano operativo di ricollocazione” finalizzato a favorire la formazione e la ricollocazione dei lavoratori, già durante il periodo di cassa integrazione.

In questa ottica, va salutata positivamente l’intenzione, che sembra emergere dai lavori preparatori della legge di bilancio, di rilanciare l’assegno di ricollocazione come strumento di gestione delle crisi. Fino ad oggi l’assegno si è rivelato un’ottima idea, attuata in maniera imperfetta. Dare l’assegno solo dopo 4 mesi dal licenziamento significa intervenire tardi, perché le prospettive di ricollocazione sono maggiori quando il dipendente  è ancora in forza o comunque ha appena perso il lavoro.

Un altro intervento necessario a spostare l’asse dei negoziati sulle crisi aziendali dovrebbe essere il maggiore coinvolgimento dell’ANPAL, l’Agenzia per le politiche attive istituita dal Jobs Act.

 

(Giampiero Falasca, Il Sole 24 Ore).

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