Assegno di ricollocazione, l’oggetto misterioso delle politiche attive 

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Nonostante l’ottimismo – doveroso, considerato il ruolo che ricopre – manifestato a più riprese dal presidente Anpal Maurizio Del Conte, l’assegno di ricollocazione resta ancora un oggetto misterioso delle politiche attive del lavoro.L’idea – mutuata da alcune esperienze regionali di successo – che sta dietro all’assegno è molto valida e moderna: dare alla persona rimasta senza lavoro una somma di denaro da spendere per acquistare presso fornitore accreditati servizi che lo posso aiutare a ricollocarsi, e consentire all’operatore di incassare la somma solo se viene raggiunto un risultato utile ai fini occupazionali.

Questo sistema, se ben costruito, presenta molti punti di forza: mette in concorrenza gli operatori, che competono per convincere le persone a spendere l’assegno presso di loro, e rende più selettiva ed efficiente la spesa pubblica, in quanto i soldi sono spesi solo per risultati concreti.

L’idea valida, ma non sta ancora funzionando. La robusta platea di persone che avrebbero dovuto trovare un aiuto nell’assegno di ricollocazione non è stata minimamente coinvolta nella misura; è partita, con grande ritardo, una sperimentazione limitata a poche migliaia di persone, e queste hanno sostanzialmente ignorato la misura. Il massimo risultato conseguito, per pochissime persone, è stato l’incontro tra un funzionario del centro per l’impiego e il disoccupato.

Questi numeri impongono una riflessione sulle misure correttive che servono per rilanciare la misura, che resta indispensabile per modernizzare le nostre politiche attive.

La prima e più importante misura consiste nella valorizzazione delle buone prassi che già funzionano.

Se il sistema della dote unica applicato in Lombardia produce risultati efficienti, bisogna avere l’umiltà e il coraggio di trasferire nell’assegno di ricollocazione i principi che caratterizzano e rendono forte quel modello, come la completa parificazione e concorrenza tra pubblico e privato.

Questa parificazione passa attraverso la cancellazione di tutti quei passaggi burocratici che non servono ad aiutare la ricollocazione delle persone ma sono stati introdotti solo per affermare il ruolo di controllo delle strutture pubbliche.

Inoltre, bisogna rivedere e anticipare il momento di accesso all’assegno di ricollocazione, oggi riservato solo alle persone già disoccupate da molti mesi, quando orami la possibilità di ricollocazione si è ridotta in misura rilevante.

Infine, bisogna avere il coraggio di essere trasparenti: inutile promettere l’adozione di uno strumento universale, e poi avviare sperimentazioni riservate a platee ristrettissime di disoccupati. Se non ci sono risorse per dare a tutti l’assegno, è meglio ripensarlo come misura destinata solo ad accompagnare situazioni specifiche.

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