La dirompente sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione (n. 1545 del 20 gennaio scorso) che ha escluso la configurabilità di un rapporto contrattuale tra gli amministratori unici e i consiglieri di amministrazione e le rispettive società ha creato un vuoto sistematico difficile da colmare.

La sentenza ha rovesciato l’interpretazione tradizionale della giurisprudenza (avallata anche da una vecchia pronuncia delle stesse Sezioni Unite, la n. 10680 del 1994) in merito alla qualificazione giuridica del rapporto che lega l’amministratore alla società.

Il dubbio riguardava, in particolare, la ricostruzione di questo legame come un contratto – un lavoro parasubordinato o una prestazione autonoma – oppure come un rapporto organico impossibile da ricondurre a qualsiasi intesa di natura contrattuale.

Le Sezioni Unite, in modo sorprendente, hanno scelto questa ultima lettura. Secondo la pronuncia, l’amministratore della Società è un organo della persona giuridica che rappresenta; egli si immedesima con la Società, con la quale instaura un “rapporto societario”.

Questa identità di posizione non consente di regolare mediante la firma di un contratto il rapporto che lega l’amministratore con la Società, mancando una vera “dualità” tra questi due soggetti.

I risvolti pratici di questa interpretazioni sono molto rilevanti e problematici.

Sino ad oggi, infatti, ha avuto molta diffusione la prassi di regolamentare per via contrattuale i rapporti tra gli amministratori e le rispettive società; l’utilizzo del contratto rendeva particolarmente agevole la disciplina di aspetti essenziali del rapporto come il trattamento economico da applicare in caso di cessazione del rapporto, la definizione di eventuali impegni di non concorrenza, e più in generale la stesura di accordi su aspetti specifici del rapporto.

Oggi, in teoria, questa strada dovrebbe essere abbandonata: non essendo compatibile la firma di un contratto tra la Società e un suo amministratore, le aziende dovranno ricorrere agli strumenti tipici previsti dal diritto societario e dal codice civile per definire le condizioni da applicare all’amministratore.

Ciò significa che, di volta in volta, le condizioni del rapporto che lega l’amministratore alla Società dovranno essere definite mediante apposite delibere dei consigli di amministrazione, ove esistenti, oppure mediante gli atti di nomina delle assemblee.

Non è tuttavia da escludere che il contratto continui ad essere utilizzato, anche in ragione della indubbia utilità che riveste lo strumento. Le Sezioni Unite non escludono la possibilità di cumulare la posizione di amministratore societario (nelle sue funzioni tipiche di soggetto che si immedesima con la Società e le consente di raggiungere i propri scopi) con un ruolo diverso e aggiuntivo. Questo ruolo può avere ad oggetto un’attività di lavoro autonomo, parasubordinato o subordinato, e come tale potrà essere oggetto di accordi di natura contrattuale.

Un altro spazio residuo per continuare ad utilizzare il contratto riguarda le ipotesi di accordi sottoscritti tra l’amministratore e il soggetto terzo che detiene il pacchetto azionario come socio maggioritario; in questa ipotesi, non esiste il problema della identificazione tra la Società e il soggetto che agisce come suo organo, e quindi è possibile regolare contrattualmente il rapporto.

La sentenza avrà anche delle conseguenze di natura processuale. Le controversie tra amministratori e aziende vengono devolute, senza incertezze residue, al tribunale delle imprese, non potendo il giudice del lavoro occuparsi di un rapporto di natura strettamente societaria.

Non sembrano, invece, esserci effetti sul trattamento fiscale e previdenziale dei compensi dell’amministratore. Questo trattamento, infatti, non è una conseguenza della qualificazione giuridica del rapporto degli amministratori, ma viene definito dalla legge a prescindere dalla qualificazione giuridica della prestazione resa da tali soggetti.

 

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