Riccardo Maraga
La Corte di Cassazione ha sollevato una questione pregiudiziale di fronte alla Corte di Giustizia dell’Unione Europa con riferimento alla normativa nazionale che prevede, per tersicorei e ballerini, il raggiungimento dell’età pensionabile con criteri diversi tra uomini e donne.

E’ quanto stabilito in una recentissima ordinanza della Suprema Corte (ordinanza n. 6102 del 9 marzo 2017).

La norma che, secondo la Cassazione, potrebbe porsi in contrasto con l’ordinamento comunitario è l’art. 3, comma 7, d.l. 30 aprile 2010, n. 64 conv. con l. 29 giugno 2010 n. 100 che recita:

“Per i lavoratori dello spettacolo appartenenti alle categorie dei tersicorei e ballerini, l’eta’ pensionabile e’ fissata per uomini e donne al compimento del quarantacinquesimo anno di eta’ anagrafica, con l’impiego, per i lavoratori cui si applica integralmente il sistema contributivo o misto, del coefficiente di trasformazione di cui all’articolo 1, comma 6, della legge 8 agosto 1995, n. 335, relativo all’età’ superiore. Per i due anni successivi alla data di entrata in vigore della presente disposizione, ai lavoratori di cui al presente comma assunti a tempo indeterminato, che hanno raggiunto o superato l’eta’ pensionabile, e’ data facolta’ di esercitare opzione, rinnovabile annualmente, per restare in servizio. Tale opzione deve essere esercitata attraverso formale istanza da presentare all’ENPALS entro due mesi dalla data di entrata in vigore della presente disposizione o almeno tre mesi prima del perfezionamento del diritto alla pensione, fermo restando il limite massimo di pensionamento di vecchiaia di anni quarantasette per le donne e di anni cinquantadue per gli uomini”.

Il sospetto della Suprema Corte è che la differenziazione dell’età utile per l’accesso al pensionamento, basata sul sesso, possa violare i principi di parità di trattamento tra uomini e donne sanciti da diverse norme dell’ordinamento europeo e, in particolare:

– artt. 21 (principio di non discriminazione) e 23 Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (“la parità tra uomini e donne deve essere assicurata in tutti i campi, compreso in materia di occupazione, lavoro, retribuzione”);

– art. 157 T.F.U.E. il quale sancisce il principio di parità retributiva tra uomini e donne;

– Direttiva 2006/54/CE riguardante l’attuazione del principio di parità di trattamento tra uomini e donne in materia di occupazione e di impiego.

La ballerina che aveva convenuto in giudizio una fondazione teatrale presso cui aveva prestato servizio dovrà, dunque, attendere che la Corte di Giustizia dell’Unione Europea chiarisca se c’è contrasto tra la norma nazionale ed i principi europei essendo, nelle more di questo pronunciamento, il giudizio sospeso.

La soluzione di tale quesito potrebbe avere effetti interessanti sull’intera normativa pensionistica dove, sovente, vengono previste differenziazioni basate sul sesso e potrebbe, dunque, contenere spunti interessanti per il legislatore anche con riferimento ad ambiti diversi da quello oggetto del giudizio.

Non sfugge, infatti, che la previsione di differenti soglie di accesso alla pensione per uomini e donne sono state, già, oggetto di censura del nostro ordinamento da parte della Corte Europea.

Nel 2008 la Corte di Giustizia ha emesso la sentenza 13.11.2008 C-46/2007, con cui ha condannato la Repubblica italiana per violazione dell’articolo 141 del TCE, (ora articolo 157 del TUE), in quanto le norme del pubblico impiego stabilivano una diversa età pensionabile degli uomini e delle donne, rispettivamente di sessantacinque e di sessanta anni.

Non resta che attendere questo, ulteriore, pronunciamento della Corte.

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