Le politiche attive del lavoro, abbinate a un sistema di servizi per l’impiego efficiente, sono l’eterno Godot del mercato del lavoro italiano.Quando nel 1997 il legislatore, con un approccio moderno e riformista, decise di mandare in pensione il vecchio collocamento pubblico statale e di sostituirlo con un sistema di servizi – pubblici e privati – destinati a chi cerca lavoro, nessuno avrebbe mai immaginato che, a distanza di 20 anni, il sistema sarebbe rimasto quasi fermo al punto di partenza.

Certamente, se si vanno a leggere le tante norme che si sono succedite in questi due decenni, nulla del vecchio sistema è rimasto in piedi e, anzi, il nostro Paese si è dotato di regole complessivamente coerenti, quanto meno nell’impostazione generale, con quelle vigenti nei principali sistemi occidentali.

Queste regole, tuttavia, presentano dei vizi di fondo che hanno finora frenato eccessivamente il decollo del sistema. Il primo vizio, ancora irrisolto, riguarda la frammentazione normativa dei sistemi regionali.

La riforma del Titolo V, nata sotto i migliori auspici (avvicinare l’amministrazione ai cittadini, nell’ottica della sussidiarietà), ha prodotto tanti legislatori locali, preoccupati soprattutto di issare la propria bandiera nel sistema legislativo, piuttosto che concentrarsi nell’amministrazione e nel miglioramento dei servizi erogati sul territorio.

Questa siituazione ha impedito per molti anni di affrontare il tema delle politiche attive con una visione che coniugasse le giuste istanze del territorio con la necessità di un coordinamento nazionale delle azioni di politica attiva.

Questo nodo sembrava essere stato risolto dal Jobs Act che, con il d.lgs. n. 150/2015, ha riorganizzato il sistema delle politiche attive del lavoro, pensato come una rete orizzontale composta da soggetti pubblici (Minitsero del lavoro e Regioni) e privati (agenzie per il lavoro, terzo settore, ecc.) e coordinata dall’Anpal, un soggetto di nuova costituzione che sarebbe dovuto Il crocevia del nuovo sistema. Purtroppo, a oltre un anno di distanza dall’approvazione della riforma, la scommessa sembra aver dato risultati scadenti.

L’Anpal ha faticato a muovere i primi passi e la spinta politica negativa del referendum sembra aver fatto rinascere istanze regionaliste (pur non essendoci un impatto normativo diretto tra la bocciatura del referendum e le regole istitutive dell’Anpal).

Un altro vizio strutturale del sistema italiano riguarda l’approccio ancora troppo ideologico alla cooperazione con gli operatori privati. L’assegno di ricollocazione, fiore all’occhiello del nuovo sistema di politiche attive costruito dal Job Act, ha avuto il merito di riproporre a livello nazionale alcune positive esperienze locali (la più significativa è quella della dote unica creata dalla regione Lombardia) ma ha dovuto scontare un vizio di origine che finora si è rivelato una zavorra insostenibile: tutto il sistema dell’assegno inizia presso il sistema pubblico, in ossequio a un approccio ideologico che identifica i soggetti privati (e il profitto che questo persegue) come attori di secondo livello del mercato.

Come dimostra proprio il caso della Lombardia, invece, per costruire un sistema efficiente di servizi per l’impiego bisogna coinvolgere in maniera decisa i privati, riconoscendo incentivi economici correlati ai risultati conseguiti ed evitando timori e compromessi che producono solo inefficienze e rischiano di frenare anche idee buone come l’assegno di ricollocazione.

 

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