Antonio Iannamorelli 
Il principio è sacrosanto. La giornata lavorativa ha un termine nelle ore previste dal contratto, eventualmente integrabili con lo straordinario. Ma dopo l’ultima timbratura, ciascuno ha diritto a godersi la propria vita. La Loi de Travail, che è entrata in vigore in Francia dal primo gennaio, ha tradotto questa enunciazione programmatica in uno strumento che è stato riassunto con l’espressione di “diritto alla disconnessione”. Quasi parallelamente si va nello stessa direzione anche in Italia. Con le norme sul “lavoro agile” contenute nel “collegato” lavoro autonomo, ora in discussione alla Camera. Ma tutte le professioni sono uguali? In tutte le professioni si può esigere il rispetto rigido di questo diritto? Non mi avventuro in dissertazioni generiche. Sto alla mia: quella del lobbista. Nel nostro lavoro la disconnessione è impossibile. Anzi, sarebbe irrazionale. Per assurdo potremmo affermare che, insieme a molte altre ragioni, una di quelle che rappresenta il motivo per il quale noi veniamo pagati, è quello del rimanere sempre connessi. Connessi rispetto a tempi che, nel nostro lavoro, sono dettati dal lavoro di altri. Nel caso di specie, noi moduliamo il nostro lavoro, i suoi tempi e la nostra connessione o disconnessione, in base ai ritmi della politica e, più in generale delle istituzioni. La puntualità nel recuperare informazioni, analizzarle, trasmetterle e pensare ed attuare una strategia conseguente è l’elemento più importante di quello che facciamo. E’ quello che i nostri clienti ci chiedono di garantire, non potendo noi garantire il risultato, ma solo l’efficienza del nostro supporto consulenziale. L’efficacia di una azione di lobby è infatti subordinata a fattori che esulano dalla nostra responsabilità (come ad esempio la repentina caduta di un Governo, o l’apposizione della questione di fiducia nell’esame di un provvedimento) che mai un professionista che possa definirsi tale può promettere o “contrattualizzare” il successo di una azione di influenza. Ma la puntualità si. Un emendamento che non va in porto è la normalità. Scavallare un termine per la presentazione di sub-emendamenti, no. E qui cade, per quanto ci riguarda, il tema del non-diritto alla disconnessione: l’imprevedibilità dei tempi istituzionali italiani, non consentono infatti di supplire, nella concretezza, al necessario periodo di disponibilità al di fuori dell’orario di lavoro con delle “reperibilità” come tipizzate dall’ordinamento giuslavoristico italiano. Lo strumento non si attaglia allo scopo. Perché la reperibilità, nel suo coprire l’imprevedibilità, è uno strumento rigido (ha orari di inizio e di fine) e presuppone la fungibilità all’interno dell’organizzazione aziendale. Le firm italiane del lobbying, che hanno qualche decina di dipendenti e spesso un numero pari di clienti, non possono pretendere che alcuni consulenti possano coprire, nel merito, tutti gli altri, durante la parte della giornata non coperta dall’orario d’ufficio. Anche perché i dipendenti seguono i clienti con la modalità dell’accounting: diventano i consulenti delle persone e dell’organizzazione che acquista i nostri servizi, allacciano rapporti individuali e maturano, oltre ad una competenza specifica, una confidenza che è indispensabile nella gestione di momenti critici che richiedono fiducia reciproca. Per questo un lobbista “geloso” del suo tempo libero, delle sue domeniche o delle sue notti, semplicemente ha sbagliato mestiere: visto che nel nostro paese i consigli dei ministri si convocano la sera per la mattina e sovente di sabato e le commissioni parlamentari non di rado si impegnano in sedute fiume che, come nel caso del dicembre 2015, possono durare anche più di 50 ore. E se di sabato il consigliere giuridico di un Ministro che ha in mano il “dossier” che da mesi seguiamo con impegno, trova il tempo di chiamarci, noi non possiamo permetterci di dare la precedenza ai saldi, al mercato ortofrutticolo o alla partita di tennis. Abbiamo non solo il dovere, ma la soddisfazione, di rispondere, di fornire riscontro, di riferire al cliente e di metterci a lavorare immediatamente sul contenuto della telefonata.

La mancata regolazione del nostro settore e la totale misconoscenza del nostro lavoro (e delle sue modalità di svolgimento), unita ad un certo furor regolatorio che sembra aver colto i decisori delle politiche del lavoro dopo la crisi politica del dicembre scorso (vedi dietrofront su trasferimenti nella scuola e voucher) potrebbe portarci ad una condizione professionale ancor più difficile di quella che viviamo oggi. Soprattuto perché la modalità della regolazione della disconnessione, nell’ordinamento italiano che scaturirebbe dalle nuove norme sul “lavoro agile”, sarebbe affidata ad “accordi” tra azienda e lavoratori, eventualmente integrati da intese delle parti sociali: parti sociali cui non siamo iscritti noi dipendenti, né tantomeno le aziende che ci assumono. Quindi sindacati e associazioni datoriali, senza considerare la complessità e la vastità del mondo del terziario (discorsi analoghi si potrebbero fare per tutte le professioni legate ai media, alla comunicazione, ai social networks), potrebbero trovarsi ad assumere decisioni che però ci riguarderebbero. Ovviamente la risposta al rischio di un ingessamento giuridico del nostro lavoro, sta nel buon senso. Quel buon senso che è il pane quotidiano (o dovrebbe esserlo!) di noi managers, nello gestire la necessaria iperconnessione con i nostri dipendenti e nostra, e dei nostri dipendenti, con le istituzioni e con i clienti. Buon senso che dovrebbe portare a capire che non si può confondere il principio con lo strumento e che, a seconda delle situazioni, il medesimo strumento – per realizzare un principio comunemente riconosciuto- possa essere efficace ovvero altamente dannoso per lo svolgersi di una determinata mansione.

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