Riccardo Maraga

 

Se in un contratto di lavoro part – time la distribuzione dell’orario di lavoro non è ben determinata il contratto non è nullo né trasformabile in full time ma al lavoratore va risarcito il danno perché i tempi in cui è rimasto in attesa della chiamata del datore di lavoro costituiscono una condizione che rende la prestazione lavorativa maggiormente penosa ed onerosa, e vanno adeguatamente compensati.

E’ quanto stabilito in una recentissima sentenza della Cassazione, la n. 27553 del 30.12.2016.

La Corte, ribadendo un filone consolidato, afferma che, dall’accertata illegittimità delle clausole elastiche nel contratto di lavoro part-time non consegue l’invalidità del contratto, né la trasformazione del rapporto in tempo pieno, ma solo l’integrazione del trattamento economico ex art. 36, Cost e art. 2099, comma 2, c.c., atteso che la disponibilità alla chiamata del datore di lavoro, di fatto richiesta al lavoratore, pur non potendo essere equiparata a lavoro effettivamente prestato deve comunque trovare un adeguato compenso in considerazione della maggiore penosità ed onerosità che di fatto viene ad assumere la prestazione lavorativa per la messa a disposizione delle energie lavorative per un tempo maggiore di quello effettivamente lavorato. A tal fine rilevano la difficoltà di programmazione di altre attività, l’esistenza e la durata di un termine di preavviso, la percentuale delle prestazioni a comando rispetto all’intera prestazione. 

La decisione della Cassazione appare interessante anche dal punto di vista processuale e della distribuzione degli oneri probatori.

La Corte, infatti, anche per bilanciare le posizioni del datore di lavoro e del lavoratore, sul fronte processuale, pone in capo al lavoratore l’onere di dimostrare la maggiore penosità ed onerosità della prestazione lavorativa effettuata in ragione degli effetti pregiudizievoli prodotti dalla disponibilità richiesta.

Il lavoratore, dunque, non potrà genericamente invocare l’indeterminatezza dell’orario per ottenere il risarcimento del danno, ma dovrà dimostrare in giudizio che la disponibilità richiesta ha reso la prestazione maggiormente onerosa. Non scatta, dunque, alcuna presunzione di maggiore penosità ed onerosità ma, tale pregiudizio, va dimostrato da parte del lavoratore.

 

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