Francesco Giubileo

 

Si chiama “Alternanza scuola-lavoro” (ASL) e intende fornire ai giovani, oltre alle conoscenze di base, le competenze lavorative che appaiono sempre più necessarie per inserirsi agevolmente nel mercato del lavoro. La debolezza del rapporto tra scuola e mondo produttivo rappresenta, come è noto, una delle più evidenti criticità dell’economia e della società italiana.  Per affrontare tale criticità del modello di transizioni scuola-lavoro italiano, ispirandosi esplicitamente all’esperienza tedesca della formazione duale, il Governo Renzi ha riformato con “La Buona Scuola” il decreto legislativo 77/2005 della riforma Moratti proprio in materia di “Alternanza scuola-lavoro”.

Al momento, molte scuole (soprattutto i licei) si stanno ancora interrogando su quali cambiamenti nella didattica porterà con sé l’introduzione di un numero così significativo di ore di ASL (400 negli istituti tecnici/professionali e 200 nei licei), che coinvolge un numero così rilevante di studenti (a regime saranno 1,5 milioni). Infatti, con la Buona Scuola l’alternanza è diventata obbligatoria nell’ultimo triennio della scuola secondaria di II grado. I primi a partire con il nuovo regime sono stati i ragazzi delle classi terze dello scorso anno. La riforma ha stanziato 100 milioni all’anno per questo capitolo, 10 volte i fondi previsti negli anni precedenti.

Nell’anno scolastico 2015/2016 hanno partecipato 652.641 ragazzi, coinvolgendo il 96 % delle scuole chiamate in causa dalla Riforma. I percorsi di alternanza attivi sono passati da 11.585 a 29.437 (+154%). L’esperienza presso le strutture ospitanti sono state 149.795,  nella maggioranza delle quali si tratta di imprese (36,1% dei casi),  a seguire biblioteche o Imprese formative simulate (12,4%), Pubbliche Amministrazioni (8,5%), settore No Profit (7,6%) e per la restante percentuale in studi professionali, ordini, associazioni di categoria.

 

Le vere criticità del modello

I numeri dei soggetti coinvolti, non permettono al momento di formulare un giudizio complessivo, stiamo parlando di migliaia di progetti formativi di Alternanza, le cui valutazioni ancora da formulare (si attende su questo argomento l’indagine qualitativa di Indire) andrebbero fatte oltre alle banali strumentalizzazioni pro-contro Riforma.

Una prima “criticità” riguarda la definizione stessa del concetto di “Alternanza” attribuito dai Istituti professionali e/o dai Licei Classici. I primi vedono questo strumento come ponte verso il mercato del lavoro, quindi tipicamente uno strumento di orientamento ed accompagnamento al lavoro; mentre i secondi valutano l’Alternanza come strumento esclusivamente educativo, tra questi si collocano in una versione “ibrida” gli istitui tecnici.

Nei licei classici si aggiunge una seconda questione rilevante, riguarda la difficoltà di inserire nei piani di studio le 200 ore di Alternanza, infatti si reputa questo programma un danno e non un vantaggio, perché la quasi totalità degli studenti tenterà l’accesso all’università. In altri termini, dato l’elevato livello di competitività per alcuni indirizzi universitari si rischia di non preparare al meglio gli studenti.

Una seconda rilevante criticità è in cosa consiste precisamente un piano pluriennale di Alternanza Scuola—lavoro. Il rischio è quello di avere percorsi di “serie A” ben strutturati anche con la possibilità di sviluppare project work internazionali (vedi progetto ECLI) o poter garantire una sorta di brand del percorso formativo aziendale (progetto Desi II in Ducati); oppure attività di “serie B” dove si realizza qualche attività di orientamento, un paio di visite in azienda e un possibile stage aziendale senza un minimo di progettazione e svincolato completamente dal percorso didattico, volto a raggiunge esclusivamente il monte-ore necessario.

L’ultima delle “criticità” sostanziali dell’Alternanza è la preparazione dei docenti scolastici in materia di mercato del lavoro,i quali conoscono perfettamente la riforma della “Buona scuola”, ma nella maggioranza dei casi non conosco gli attori (Italialavoro, Centri per l’impiego, Camera di Commercio, ecc..) e le funzioni che servono per interagire con le imprese.  Questo fattore è problematico anche nei confronti di quegli istituti dove i docenti hanno un’elevata esperienza, ma non competenza, anche alla luce delle profonde modifiche in tema dei servizi pubblici al lavoro apportate dal JobsAct.

 

Alcune soluzioni per l’Alternanza

 

La possibilità di inserire le tematiche affrontate nell’Alternanza come seconda prova, potrebbero rappresentare un argomento valido, ma non sufficiente per incentivare i licei a credere veramente nel principi della Riforma, mentre potrebbe incidere, se nella fase di accesso all’università il percorso di Alternanza assume un ruolo rilevante, attribuendo a seconda della qualità del percorso realizzato uno specifico punteggio (sulla valutazione del percorso si potrebbe chiamare in causa direttamente il Miur e l’Anvur). Inoltre, la possibilità di attribuire una sorta di riconoscimento formale dei percorsi di Alternanza, attraversa l’analisi di chiari indicatori valutati da soggetti terzi, permetterebbe di individuare quelle buone pratiche da generalizzare sul territorio nazionale.

Fondamentale per i prossimi percorsi la creazione di uno spazio “curricolare” per il docente destinato all’Alternanza. In altri termini, una sorta di certificato di competenza da acquisire per poter assolvere a questo compito in cambio di una riduzione delle attività didattiche. Ad esempio, andrebbe definita una convenzione tra Miur ed Anpal (Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro) per realizzare una formazione “strutturata” a tutti i Responsabili organizzativi dell’Alternanza degli istituti scolastici italiani.

Infine, il successo dell’Alternanza nei prossimi anni dipenderà soprattutto dall’impegno dell’imprese (soprattutto le Pmi Artigiane) nel credere in questo strumento di transizione scuola-lavoro, qui purtroppo non c’è una vera soluzione, si possono certamente creare eventuali incentivi economici (come prevede l’ultima finanziaria), ma in realtà si richiama più ad un criterio culturale che è alla base del successo del modello duale tedesco, ovvero una maggiore responsabilità sociale di impresa, questa è la sfida più rilevante che chiama in causa non solo il governo, ma soprattutto le organizzazioni datoriali per favorire la diffusione e il successo dello strumento.

 

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