La legge di bilancio prova a rafforzare le misure di contrasto ai fenomeni di dumping nel settore dei call canter, che hanno prodotto diffuse crisi occupazionali e un calo costante dei margini di profitto.Il legislatore prova a contrastare questi fenomeni mediante un doppio intervento: vengono rafforzate le norme che governano il fenomeno delle delocalizzazioni, proliferato negli ultimi anni in forma disordinata e non sempre corretta, e si cerca di impedire l’utilizzo del criterio del massimo ribasso nelle gare per l’affidamento dei servizi.

La prima misura si concretizza nella completa riscrittura della norma (art. 24 bis) anti delocalizzazioni contenuta nel del decreto-legge n. 83/2012, convertito nella legge n. 134/2014. Secondo la nuova disciplina, qualora un operatore economico decida di localizzare, anche mediante affidamento a terzi, l’attività di call center fuori dal territorio nazionale in un Paese che non è membro dell’Unione europea, deve darne comunicazione, almeno trenta giorni prima del trasferimento, al Ministero del lavoro e all’Ispettorato nazionale del lavoro, indicando i lavoratori coinvolti.

Questo obbligo esisteva anche nella disciplina del 2012, ma la nuova stesura focalizza l’azione di contrasto alle delocalizzazioni svolte fuori dall’UE e amplia la lista dei destinatari della comunicazione; oltre al Garante per la protezione dei dati personali, già presente nella vecchia normativa, si prevede infatti l’invio di un’ulteriore comunicazione al Ministero dello sviluppo economico, cui devono essere comunicate le numerazioni telefoniche messe a disposizione del pubblico.

Un altro aspetto rilevante della nuova norma è l’inasprimento delle sanzioni: in caso di omessa o tardiva comunicazione si applica la sanzione amministrativa pari a 150.000 euro per ciascuna comunicazione.

La comunicazione deve essere fatta anche dagli operatori che hanno già delocalizzato, entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge di bilancio; in caso di omessa o tardiva comunicazione si applica verso questi operatori la sanzione amministrativa di 10.000 euro per ciascun giorno di ritardo.

Sempre allo scopo di contenere il fenomeno della delocalizzazione, la riforma stabilisce (confermando un principio già esistente) che nessun beneficio, anche fiscale o previdenziale, previsto per tale tipologia di attività può essere erogato a operatori economici che delocalizzano l’attività di call center in un Paese che non è membro dell’Unione europea.

La norma rafforza, poi, il diritto del soggetto che effettua una chiamata a un call center di essere informato preliminarmente sul Paese in cui l’operatore con cui parla è fisicamente collocato.

La riforma conferma tale diritto, ma precisa che se l’operatore risponde da un territorio che si trova fuori dall’UE, va garantita all’utente la possibilità, nell’ambito della stessa chiamata, di passare a un operatore italiano (questo obbligo sarà operativo dopo 90 giorni dall’entrata in vigore della legge di bilancio). Analoga possibilità deve essere riconosciuta quando l’utente riceve una chiamata da un call center.

Il mancato rispetto di questo obbligo procedurale comporta la sanzione amministrativa pari a 50.000 euro per ogni giornata di violazione.

La riforma rafforza anche i doveri di trasparenza dei committenti e degli operatori, mediante l’introduzione dell’obbligo di comunicare, su richiesta del Ministero del lavoro, la localizzazione di un call center; la mancata risposta comporta la sanzione amministrativa di 50.000 euro per ogni violazione.

La legge di bilancio si preoccupa anche di contrastare il fenomeno delle c.d. gare al massimo ribasso, stabilendo che le amministrazioni aggiudicatrici che procedono ad affidamenti di servizi di call center devono scegliere l’offerta migliore senza calcolare le spese relative al costo del personale.

Il principio è condivisibile, ma la sua applicazione concreta sarà difficile, in quanto il costo del personale è una variabile che spesso dipende dai volumi di servizio, che non sono conoscibili in anticipo; non sarà semplice, quindi, stabilire l’effettiva incidenza del costo del lavoro sull’offerta complessiva.

 

 

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