Erika Benedetti
“Rimuovere gli ostacoli di natura economica e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini e il pieno sviluppo della persona umana” non è solo il principio costituzionale di uguaglianza sostanziale ma anche l’obiettivo del disegno di legge sul reddito di cittadinanza – secondo le parole della Senatrice Parente – all’esame della Commissione Lavoro.

Il tema torna periodicamente al centro del dibattito politico anche grazie alle dichiarazioni del Presidente dell’INPS. Il reddito minimo di cittadinanza proposta dal Professore Tito Boeri, in realtà, non è una misura universalistica ma rivolta ad una particolare categoria: quella degli over55. Gli effetti inclusivi di questa misura non sarebbero, ad esempio, destinati ai giovani i cui livelli di disoccupazione restando elevati rispetto alla media dei loro coetanei europei. 

Stesso discorso per la SIAM; la misura di Sostegno all’Inclusione Attiva, operativa da settembre, si rivolge solo a particolari soggetti vulnerabili basandosi principalmente su stringenti parametri reddituali. In questo caso la novità principale non è tanto la definizione dei requisiti generali di accesso ma il principio di condizionalità; sono previsti, infatti, dei percorsi di inserimento con il coinvolgimento dei servizi per l’impiego e degli assistenti sociosanitari.

Il Reddito Minimo in Europa

Il dibattito nazionale si inserisce nel più ampio scenario europeo, dove la Raccomandazione del 2008 sull’inclusione attiva ha focalizzato i tre pilastri comunitari complementari tra loro: un adeguato sostegno al reddito, dei mercati del lavoro inclusivi e l’accesso a servizi di qualità.

Sul primo aspetto, il problema non è la presenza di forme di reddito minimo ma la loro adeguatezza. La Commissione spinge per la diffusione di forme di sostegno al reddito il cui livello sia abbastanza alto da garantire una vita decente e allo stesso tempo motivare le persone ad avvicinarsi alle politiche attive di reinserimento lavorativo.

Le diverse esperienze dei singoli Paesi, attuate a livello nazionale o in alcuni casi a livello regionale (come ad esempio l’Italia e la Spagna) mostrano un’Europa frammentata. I molteplici modelli di reddito minimo (RM), illustrati dalla Commissione nel lavoro “Minimum income schemes in Europe”, possono essere sintetizzati nei seguenti cinque:

I. Semplice e aperto a tutti coloro che ne hanno bisogno

II. Semplice ma con criteri di ammissibilità restrittivi

III. Forme di sostegno di ultima istanza che coprono la maggior parte delle persone che hanno bisogno di aiuto

IIII. Network complesso per specifiche categorie, spesso complementare a sistemi universalistici semplici

V. Limitato rivolto a categorie di beneficiari molto ristrette.

Lo studio non arriva a definire quali tra questi sia il modello più efficace. In generale, sembra che i Paesi con il primo modello riescano a raggiungere una copertura abbastanza ampia di persone bisognose, anche se non totale (cd. fenomeno del take-up). Sono positivi anche i dati sulla copertura per il quarto modello. 

Ad ogni modo, la diffusione del RM non corrisponde necessariamente con un forte impatto sulla riduzione del tasso di povertà e di esclusione sociale. Questo tipo di risultati dipende piuttosto dalla quantità di risorse stanziate dai singoli Stati o dalle Regioni.

In Italia, la Legge di Stabilità 2016 ha dedicato un focus sul tema del contrasto alla povertà con la creazione del Fondo per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale presso il Dicastero del Lavoro.

La SIA, poi, rientra in un ampio pacchetto di riforma che dovrà attuarsi con un intervento normativo che interverrà sistematicamente sul tema (art. 1, comma 388 della Legge n.208/2015). Il primo passo è stato quindi creare uno strumento nazionale unico che superasse le sperimentazioni locali della Social Card; un intervento che pone al centro le politiche attive del lavoro come elemento complementare al sostegno al reddito, nel segno di un’integrazione tra i tre pilastri della Raccomandazione del 2008.

I suggerimenti dello studio

Lo studio della Commissione non si ferma solo ad un’analisi descrittiva ma fornisce anche alcune indicazioni per gli Stati membri.

Ecco alcuni dei principali suggerimenti.

• Introdurre un sistema di valutazione per misurare l’efficacia delle politiche di RM attuate. È necessario analizzare i dati sia in termini assoluti (numero di soggetti coinvolti) che di efficacia (risultati sul tasso di povertà), anche favorendo lo scambio delle buone pratiche tra i diversi Paesi

• Aumentare i soggetti coinvolti attraverso una semplificazione burocratica e una revisione dei criteri di accesso al beneficio nell’ottica della trasparenza e dell’inclusività. In particolare,

dovranno essere coinvolte le persone senza fissa dimora, i rifugiati, i richiedenti asilo, gli immigranti senza documenti, i rom ed i giovani. Parallelamente dovranno essere studiati i casi dei potenziali beneficiari che non richiedono il RM per barriere burocratiche e/o personali.

• Introdurre dei meccanismi incentivanti per l’attivazione del beneficiario. Non si tratta solo di una personalizzazione degli interventi ma anche di evitare la cd. “trappola della povertà”. Ad esempio in questo possono intervenire i regimi fiscali di favore, oppure, i bonus economici per i più proattivi.

I primi risultati della SIA potranno essere un elemento di valutazione nell’accelerare i lavori parlamentari sul DDL 1148 e poter, quindi, considerare l’introduzione di un modello di RM aperto e coordinato ad un mercato del lavoro inclusivo.

 

 

 

 

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