Approvata la riforma del distacco internazionale, vita dura per gli “interinali rumeni”

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Il decreto attuativo della direttiva n. 2014/67/UE (approvato in via definitiva dal Consiglio dei Ministri, e in attesa di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale) non si limita a ridefinire le condizioni economiche e normative che devono essere applicate ai lavoratori dipendenti di imprese comunitarie che operano in Italia sulla base di un “distacco internazionale” (nozione che include non solo il distacco in senso stretto, ma anche l’appalto e la somministrazione), ma rafforza in maniera molto incisiva il sistema dei controlli contro gli abusi.

Questo rafforzamento avviene in due direzioni: vengono introdotti nuovi di obblighi di comunicazione, e sono potenziati gli strumenti ispettivi.

Quanto agli obblighi di comunicazione, la riforma stabilisce a carico dell’impresa che distacca lavoratori in Italia l’obbligo di comunicare il distacco al Ministero del lavoro entro la mezzanotte del giorno antecedente l’inizio del distacco, e di comunicare tutte le successive modifiche entro 5 giorni.

L’impresa distaccante, inoltre, deve designare un referente domiciliato in Italia, incaricato di inviare e ricevere atti e documenti, e un referente minuto di tutti i poteri di rappresentanza necessari per tenere i rapporti con le parti sociali. Inoltre, fino a due anni dalla cessazione del distacco, tale impresa è tenuta a conservare, predisponendone copia in lingua italiana, ogni documento relativo al rapporto di lavoro.

La violazione degli obblighi di comunicazione è punita con una sanzione amministrativa pecuniaria che, secondo i casi, varia da 100 a 3.000 euro per ogni lavoratore interessato; per gli obblighi che si riferiscono alla nomina del referente, la sanziona varia da 2.000 a 6.000 euro.

Quanto alle ispezioni, il nuovo decreto introduce alcuni indicatori oggettivi che potranno essere utilizzati dagli ispettori del lavoro per verificare l’effettiva genuinità dell’operazione di invio di personale in Italia.

A tal fine, l’art. 3 del decreto consente agli organi di vigilanza di valutare l’autenticità dell’operazione tenendo conto dei poteri effettivamente esercitati dall’impresa distaccante: se questi poteri si riducono alla mera gestione o amministrazione del personale, la fattispecie può essere irregolare.

L’intensità e l’autenticità dei poteri effettivamente esercitati dall’impresa distaccante potrà essere valutata tenendo conto di alcuni indicatori predefiniti dal decreto (es. la sede legale dell’impresa, il luogo di assunzione  e quello di distacco, le differenze tra la disciplina applicabile in questi Paesi, il luogo in cui l’impresa esercita la propria attività economica principale, il numero dei contratti eseguiti, l’ammontare del fatturato realizzato nello Stato di origine).

Nella valutazione si potrà, inoltre, tenere conto del contenuto, della natura e delle modalità di svolgimento dell’attività lavorativa,  e della circostanza che il lavoratore eserciti abitualmente la propria attività nello Stato membro da cui è stato distaccato, e degli spostamenti del lavoratore (con gli accordi economici connessi).

Tutti questi indicatori hanno lo scopo di individuare quelle imprese che non hanno reale consistenza economica ma sono “scatole vuote” collocate fittiziamente presso paesi esteri al solo scopo di far risultare il lavoratore assunto presso ordinamenti più convenienti.

Se il distacco, anche tramite questi elementi, risulta fittizio, trova applicazione un rigido regime sanzionatorio:  il lavoratore è considerato a tutti gli effetti un dipendente del soggetto che ne ha utilizzato la prestazione, e le imprese coinvolte sono punite con la sanzione amministrativa pecuniaria di 50 euro per ogni lavoratore occupato e per ogni giornata di occupazione (la sanzione, in ogni caso, non può essere inferiore a 5.000 euro né superiore a 50.000 euro), oltre a una sanzione penale per i casi in cui vi sia sfruttamento dei minori.

 

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