Erika Benedetti

La connessione tra politiche passive e l’attivazione dei beneficiari delle prestazioni di sostegno al reddito è uno degli elementi centrali del Jobs Act. Dal principio presente nella Legge Delega 183/2014 – articolo 1, comma 4, lettera p) – si è passati alla sua attuazione nel Decreto Legislativo n.22/2015 – dove NASPI e ASDI sono legati alla strutturazione di percorsi di reinserimento, rispettivamente tramite il patto di servizio e il progetto personalizzato – e nel successivo Decreto Legislativo n.150/2015 con nuovi criteri sulla condizionalità.

Attualmente i risultati del Jobs Act non sono valutabili, ma lo studio The Strength of the Link between Income Support and Activation[1], elaborato dalla Direzione Generale per l’Occupazione, Affari Sociali e Inclusione della Commissione Europea, può fornire una panoramica comparata su cosa è stato fatto in Italia e negli altri Stati membri negli ultimi anni in tema di workfare.

Non è facile misurare l’efficacia macroeconomica delle politiche nazionali valutando quanto sia forte il legame tra politiche passive e attive. Gli approcci e gli strumenti utilizzati nei vari Paesi sono eterogenei sia dal punto di vista dei soggetti coinvolti (politiche targettizzate per giovani, disabili, genitori single ecc.), sia in termini di durata del percorso di reinserimento e/o dell’ammortizzatore sociale fruito. In generale, i parametri di valutazione utilizzati sono l’estensione dei benefici riconosciuti e l’accesso ai servizi di politica attiva.

Dal grafico elaborato sui dati LABREF, l’Italia non è la sola tra paesi deficitari nel legame tra politiche passive e attive presente negli interventi normativi attuati 2006 al 2013. Il confronto con Francia, Germania e Regno Unito non è però consolante. Qui c’è un collegamento tra i servizi pubblici per l’impiego e le istituzioni che riconoscono le prestazioni sociali si tratta proprio di quei Paesi dotati di agenzie nazionali – come Pôle emploi e Bundesagentur für Arbeit – le quali hanno nelle loro funzioni anche questo tipo di competenze. Dall’analisi emerge che la Germania si caratterizza per un legame fronte e sempre più crescente, mentre è costante in Francia. Viene riconosciuto che il caso italiano, dove il collegamento è molto debole, è comunque in evoluzione e l’operatività dell’ANPAL potrebbe effettivamente essere la chiave di volta.

grafico

Difficile dare una dimostrazione empirica sul fatto che la disoccupazione diminuisce col crescere del legame tra politiche attive e passive: questa è la sintesi dell’aspetto macroeconomico, giustificata dalle molteplici variabili che interessano i singoli Stati.

Più interessanti sono invece i risultati dell’analisi microeconomica. La gestione unificata presso gli stessi uffici comporta un duplice vantaggio: diminuisce i costi per lo Stato e aumenta la possibilità di coinvolgere i beneficiari degli ammortizzatori sociali in programma di reinserimento. La verifica delle condizioni di accesso al beneficio diventa così l’occasione per conoscere dei servizi di assistenza alla ricerca attiva di un lavoro o le opportunità di formazione che permettano il rafforzamento delle competenze. La formazione è, difatti, parte integrante della maggioranza dei programma europei di “welfare to work”, ma rimane meno attraente per i policy maker. Innanzitutto è più costosa rispetto alla sola assistenza nella ricerca di un’occupazione, inoltre riduce il tasso di decrescita dalla disoccupazione inizialmente. Perché? Da una parte gli effetti sono misurabili solo al termine del corso e, dall’altra, la sola formazione può generare forme di free-riding (disoccupati che preferiscono beneficiare dell’indennità di partecipazione invece di cercare attivamente un lavoro).

Il secondo elemento studiato a livello microeconomico è la condizionalità, strutturata in tre fasi: il cd. “Treath Effect” (effetto minaccia) legato alla notifica che il programma di politica attiva è obbligatorio; il sistema di monitoraggio con colloqui periodici obbligatori che dimostrino le attività intraprese nella ricerca di un nuovo impiego; il sistema sanzionatorio a disposizione dei Servizi pubblici per l’Impiego.

La volontarietà e la motivazione individuale rimangono, ad ogni modo, degli aspetti importanti. Dove i programmi sono obbligatori e legati ad una condizionalità stringente (cd. “service&sanction”) gli effetti di lungo periodo non sono sempre molto soddisfacenti. Sebbene nel breve periodo ci sia un abbassamento del tasso di disoccupazione per l’accettazione di un salario di riserva più basso, nel lungo periodo questo sistema può generare delle forme di precarietà. Soprattutto per alcuni gruppi più vulnerabili (disoccupati di lungo periodo, disabili, genitori single o ex detenuti) è necessario che i programmi offerti da Servizi pubblici per l’impiego siano targettizzati e non venga esclusa la possibilità di un percorso assistenziale parallelo. Coerente a questo approccio, è l’introduzione dell’ASDI come continuazione della NASPI per le categorie con maggiore rischio di povertà. Per avere degli effetti positivi è, però, fondamentale la strutturazione di un vero progetto personalizzato che non sia la mera riproposizione del patto di servizio.

In conclusione, un sistema unificato di controllo delle politiche passive con i percorsi di attivazione e la valutazione del trade-off tra condizionalità stringente e occupazione di qualità nel lungo periodo sono i due fattori chiave. Per questo l’Italia, con la nuova organizzazione imposta dall’ANPAL alla gestione del workfare, potrebbe rappresentare un laboratorio per testare l’effettiva validità dei dati emersi dallo studio.

 

[1] A. McKnight – A. Vaganay, The Strength of the Link between Income Support and Activation, Evidence Review, Directorate-General for Employment Social Affairs and Inclusion , May 2016

 

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