Brexit, verso un ritorno del permesso di soggiorno?

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Per i temi del lavoro e del welfare – come per le altre questioni aperte dalla Brexit – la parola chiave per capire gli scenari futuri è “prudenza”.  Solo al termine del lungo e incerto negoziato che sarà svolto tra le parti potrà, infatti, essere chiarita la portata effettiva che avrà l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea sui cittadini comunitari (e quindi anche italiani) che vorranno andare a vivere e lavorare nel Regno Unito.

Al momento, tuttavia, è possibile individuare quali sono i principali istituti che potrebbero essere investiti da cambiamenti.

Le novità più rilevanti potrebbero riguardare la libertà di ingresso e di lavoro nel territorio del Regno Unito.

Attualmente, in ossequio ai principi comunitari di libera circolazione delle persone, qualsiasi cittadino di uno Stato Membro dell’Unione Europea può recarsi a Londra, firmare un contratto di lavoro e prendere una casa in affitto, senza necessità di visti, autorizzazioni amministrative e provvedimenti particolari.

Questa grande libertà di movimento è seriamente minacciata dall’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea; per mantenere in vita un sistema del genere, infatti, sarà necessario un accordo specifico tra le parti (accordi di questo tipo sono stati siglati, ad esempio, per la gestione di alcuni temi specifici con la Norvegia o con la Svizzera).

In mancanza di intese sul tema, è molto probabile l’introduzione di un sistema di visti di ingresso e di restrizioni per tutti i lavoratori che oggi entrano liberamente in Gran Bretagna come cittadini comunitari.

I cittadini europei rischiano di vedere compromessa anche la facoltà di continuare a fruire dei servizi di welfare del Regno Unito con le stesse regole odierne, così come si profilano novità rilevanti dal punto di vista previdenziale. Oggi i lavoratori comunitari che si spostano da un Paese all’altro dell’Unione Europea possono continuare a versare i contributi previdenziali presso lo Stato di origine per un periodo che, di norma, dura 24 mesi; dopo che il Regno Unito sarà effettivamente uscito dall’Unione, questa facoltà verrà meno, e dovranno essere raggiunte specifiche intese anche per gestire questa materia.

Non solo i lavoratori italiani ma tutti quelli attivi nel Regno Unito vanno incontro, inoltre, a possibili cambiamenti nella disciplina dei principali istituti giuslavoristici britannici.

Sebbene il diritto del lavoro sia ancora una materia molto influenzata dalle regole interne di ciascuno Stato Membro, le direttive comunitarie e la giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea hanno svolto e tuttora svolgono un ruolo di indirizzo e coordinamento molto forte nei confronti delle discipline nazionali, le quali rispetto ad alcuni temi – la disciplina del lavoro flessibile, la sicurezza sul lavoro, l’orario di lavoro, le relazioni industriali, il trasferimento d’azienda, la tutela contro le discriminazioni, il distacco transnazionale, i licenziamenti collettivi, e così via – sono improntate a principi e criteri comuni (alcuni di questi, peraltro, si sovrappongono con i principi stabiliti dal diritto internazionale, che resteranno in vita a prescindere dall’uscita dal sistema comunitaria).

Anche la disciplina del trattamento dei dati personali dei lavoratori potrà prendere una strada autonoma rispetto ai principi e alle regole comunitarie.

Quando il Regno Unito sarà “libero” di disapplicare le direttive e non dovrà più rispettare le pronunce della Corte di Giustizia, potrebbero essere introdotte innovazioni molto rilevanti nella disciplina di questi istituti; la portata delle future innovazioni non è tuttavia ancora prevedibile, in quanto dipenderà in gran parte dalle scelte politiche che saranno fatte dai futuri governi britannici.

Potrebbe, in teoria, essere scelta la strada della deregulation, creando un sistema di regole capace di entrare in “concorrenza” con gli ordinamenti ispirati ai modello comunitario, oppure si potrebbe scegliere di confermare i principi e le regole attuali. Non bisogna tuttavia dimenticare che nell’ordinamento britannico vige il principio del “case law”, in virtù del quale i precedenti giurisprudenziali hanno un peso molto rilevante nell’interpretazione e applicazione delle regole.

 

 

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