Alcuni dati statistici sembrano confortare una tendenza che molti giuslavoristi hanno già rilevato, seppure in maniera empirica, in questi ultimi anni: il contenzioso in materia di lavoro sta diminuendo, quanto meno nel saldo delle pendenze registrate dal 2009 ad oggi.Questo fenomeno sembra destinato a durare nel tempo, ed è particolarmente significativo in quanto interviene in un periodo storico di grande crisi economica, in un contesto nel quale inevitabilmente le liti sono più probabili (come si vede dalla crescita dei procedimenti per decreto ingiuntivo).

Come si spiega questo calo? Sarebbe fuorviante, ad avviso di chi scrive, andare a cercare le ragioni della riduzione del carico giudiziario all’interno delle regole del processo del lavoro, che da oltre 40 anni è retto da criteri di oralità e immediatezza che garantiscono una durata ragionevole (salvo eccezioni) dei procedimenti di primo grado (lo stesso non può dirsi, purtroppo, per le fasi successivi).

Le ragioni della riduzione del contenzioso pendente va, invece, ricercata nel buon funzionamento di quelle norme approvate in questi anni per ridurre quelle incertezze applicative che creavano liti senza dare tutele oppure per stabilire tempi certi entro quali esercitare l’azione.

Tra queste leggi occupa un posto importante il c.d. Decreto Poletti (dl 34/2014, poi convertito nella legge n. 78 dello stesso anno), che ha cancellato la causale dai contratti di somministrazione e di lavoro a termine. Quel requisito non offriva alcuna garanzia aggiuntiva ai lavoratori, ma serviva soltanto a rendere incerta un’operazione economica tutto sommato semplice – la firma di un contratto di lavoro con una durata determinata – producendo migliaia di cause dall’esito spesso irrazionale.

La cancellazione del requisito – e la sua sostituzione con criteri oggettivi, valutabili in maniera agevole da parte degli operatori (come il limite quantitativo del 20% applicabile ai contratti diretti) – ha fatto evaporare grandi filoni di contenzioso, ricreando un clima di fiducia verso strumenti contratti di flessibilità “buona” come, appunto, il lavoro a termine e quello in somministrazione.

Un’altra legge che ha avuto un grande impatto sul contenzioso, contribuendo a ridurne la portata, è il c.d. collegato lavoro (legge 183/2010): questo provvedimento ha imposto termini certi e stringenti per attivare le cause su materie quali il lavoro flessibile, le collaborazioni, le esternalizzazioni e i licenziamenti, mettendo fuori gioco le lite attivate a distanza di anni dalla fine delle vicende cui facevano riferimento.

La tendenza alla riduzione del contenzioso potrebbe essere ulteriormente accentata dalle norme del Jobs Act in materia di mansioni e di licenziamenti. La maggiore chiarezza delle regole (seppure restano ancora delle zone d’ombra su alcuni aspetti delle nuove norme, si pensi ai recessi intimati per ragioni disciplinari) dovrebbe spingere le parti a trovare soluzioni alternative alla lite, anche perché – rispetto al passato – nei licenziamenti è maggiormente prevedibile l’impatto economico che potrebbe avere una sentenza favorevole o sfavorevole ed è stata introdotta una procedura di conciliazione che conviene ad entrambe le parti.

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