Tra le tante riforme contenute dentro gli otto decreti legislativi attuativi del Jobs Act, se ne trova una ancora poco discussa ma molto importante, quella sul collocamento obbligatorio. Non si tratta di una vera a propria riforma organica ma, piuttosto, di una sistematizzazione delle norme esistenti. Questa operazione viene condotta tramite alcune innovazioni interessanti – prima tra tutte quella, contenuta nel codice dei contratti del mese di giugno, che consente di computare nella quota di obbligo i lavoratori somministrati con un rapporto che dura almeno 12 mesi – ma anche tramite alcuni irrigidimenti inspiegabili – come la norma che, al raggiungimento del quindicesimo dipendente, fa scattare immediatamente l’obbligo dell’assunzione del disabile. Ci sono, poi, due grandi assenti: la semplificazione e l’innovazione. La semplificazione sarebbe dovuta passare tramite la riduzione delle procedure vincolistiche in tema di assunzione (operazione compiuta solo in parte), mentre l’innovazione si sarebbe potuta realizzare mediante un maggiore investimento sulle forme alternative di inserimento lavorativo (come le convenzioni introdotte dalla legge Biagi, che potrebbero essere rilanciate sulla base dell’esperienza, spesso positiva, di questo primo decennio di attuazione).

Queste assenze sono pesanti perchè, ancora oggi, il sistema del collocamento obbligatorio è vissuto come un adempimento obbligatorio ma indigesto, e quindi servirebbero interventi capaci di renderlo più attrattivo per il mercato del lavoro.

Giampiero Falasca

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