La riforma delle politiche attive e dei servizi per l’impiego nasce accompagnata da grandi aspettative che rischiano di restare insoddisfatte, perché il provvedimento non risolve i nodi reali che impediscono al nostro sistema di erogare servizi efficienti a chi cerca lavoro.L’architettura di tale sistema, se andiamo a leggere le norme uscite dalle riforme del 1997 (Pacchetto Treu ) e del 2003 (legge Biagi), presenta elementi di forte modernità, ma anche gravi carenze strutturali.

La modernità sta nella scelta, fatta nel 1997, di abbandonare il vecchio collocamento pubblico in favore di un sistema orientato all’erogazione di servizi, cui possono accedere solo quei soggetti che partecipano attivamente alle misure proposte dalle strutture competenti.

Le carenze strutturali – che la riforma appena approvata lascia irrisolte – sono essenzialmente tre.

Un primo grande problema riguarda la difficoltà di integrare in maniera efficiente servizi pubblici e operatori privati.

Il sistema degli accreditamenti da solo non basta, deve essere completato da strumenti di integrazione reale, come la Dote Unica lavoro, sperimentata con grande successo dalla Regione Lombardia.

Il Jobs Act consapevolmente ignora queste sperimentazioni, e preferisce costruire strumenti molto più tortuosi e complessi nella gestione e nell’applicazione (l’assegno di ricollocazione).  

Un altro problema irrisolto del nostro sistema dei servizi per l’impiego riguarda l’irrazionale separazione tra chi gestisce le politiche attive (province, regioni e strutture nazionali), da un lato, e chi gestisce gli ammortizzatori sociali, dall’altro (l’Inps).

Questa separazione, del tutto inusuale negli altri paesi europei, indebolisce il principio della c.d. condizionalità, che dovrebbe sanzionare chi non partecipa in maniera attiva alle misure proposte dal servizio competente.

C’è, infine, un altro grande nodo irrisolto, che il Jobs Act non poteva affrontare in quanto è parte del processo di riforma costituzionale ancora in corso: la ripartizione delle competenze in tema di lavoro tra Regioni e Stato centrale.

La riforma del Titolo V, approvata frettolosamente agli inizi dello scorso decennio per tentare di recepire le spinte regionaliste dell’elettorato, ha decentrato in maniera confusa e irrazionale i compiti e le responsabilità sulle politiche attive del lavoro. E’ stato giusto decentrare i compiti di gestione e organizzazione dei servizi ì, mentre non ha avuto successo la scelta di assegnare alle regioni compiti di natura legislativa.

L’Anpal, la nuova struttura che dal 1 gennaio del 2016 dovrebbe coordinare le politiche attive del lavoro, non ha strumenti per affrontare e risolvere questi problemi, e quindi appare difficile prevedere esiti diversi da quelli finora sperimentati dal nostro sistema.  

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