Si possono giudicare il Jobs Act e la normativa sulle tutele crescenti dopo soli 6 mesi? Ha senso cambiare giudizio ogni mese, sulla base delle statistiche che pubblicano Istat e Ministero del Lavoro?

Se ne è parlato ieri a Cuore e Denari, il programma di approfondimento di Radio 24 condotto da Debora Rosciani e Nicoletta Carbone.

«TROVO DAVVERO BUFFA QUEST’ISTERIA COLLETTIVA CHE C’È OGNI VOLTA SUI DATI»

«Trovo davvero buffa quest’isteria collettiva che c’è ogni volta sui dati». Questo il primo commento di Falasca agli ultimi dati mensili sulla disoccupazione, diffusi dall’Istat e relativi al mese di luglio (disoccupazione giovanile in calo dell 2,5% al 40,5%, dato generale in calo di 0,5 punti al 12%). Falasca ha parlato, appunto, di “isteria” che verrebbe incoraggiata dal fatto che i dati provengono da più fonti. «Sono dati diversi.Ogni mese escono quelli del Ministero del Lavoro – che fotografa le cessazioni e le attivazioni dei rapporti di lavoro, un dato amministrativo -, poi c’è il dato dell’Istat – che è una cosa completamente diversa, un’analisi campionaria – poi ogni tanto abbiamo i dati dell’Inps. C’è innanzitutto una confusione da parte pubblica, perché bisognerebbe mettersi d’accordo. Lo stesso fenomeno viene fotografato da angoli diversi e alla fine non ci si capisce nulla», ha proseguito Falasca. Sottolineando inoltre un “errore di metodo enorme”: «non si può giudicare una riforma vedendo il dato mensile. Questa è una riforma per certi versi epocale e dovremmo dare tempo, dovremmo aspettare almeno l’anno prossimo», ha aggiunto, proseguendo in ogni caso con alcune considerazioni sul merito della riforma: «Per la prima volta le aziende guardano come primo contratto all’indeterminato, i dati confermano che sono crollate le collaborazioni coordinate e i cosiddetti contratti precari. Oggi tutti guardano all’indeterminato, l’azienda ha una spinta fortissima dalle nuove norme ad assumere a tempo indeterminato, non le conviene usare altri contratti, perché assumendo a tempo indeterminato non paga i contributi previdenziali fino a un tetto massimo di 8060 euro all’anno. C’è un risparmio nel triennio di circa 25mila euro. E’ la prima grande operazione di riduzione del costo del lavoro attuata negli ultimi 10 – 15 anni». Falasca ha inoltre commentato una delle considerazioni più diffuse in relazione al Jobs Act, ovvero la preoccupazione rispetto a ciò che potrà accadere ad un lavoratore dopo che i tre anni di incentivi si esauriranno, rendendo la sua assunzione più dispendiosa per l’azienda. «Quello che succederà dipenderà dalle situazioni economiche delle singole aziende. Un’azienda che ha un lavoratore in casa per tre anni, lo forma, lo addestra, gli fa conoscere anche i suoi segreti aziendali, non è che lo butta al mare perché è finito lo sgravio. Il vero problema è un altro: cosa accadrà il 1° gennaio 2016. L’incentivo sui contributi vale solo per chi assume quest’anno e poi si trascina per tre anni. Il problema sarà renderlo strutturale. La grande operazione sarebbe dare tre anni di sgravio anche per chi assume nel 2016, perché altrimenti c’è il problema per cui l’anno prossimo finisce già l’effetto positivo di questa misura».

CLICCA DI SEGUITO PER ASCOLTARE ALCUNI ESTRATTI DELLA PUNTATA

Annunci