Incentivi alle assunzioni, quei flop delle misure “selettive”

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Giampiero Falasca
Claudio TucciIl Sole 24 Ore 20 agosto 2015
Ve lo ricordate l’incentivo introdotto dal decreto «Salva Italia» del dicembre 2011 dell’allora governo Monti per favorire l’occupazione di giovani e donne? Era una misura d’emergenza, vista la forte crisi in atto, ma sostanziosa: si concretizzava in uno sgravio pari a 12mila euro per ogni trasformazione o stabilizzazione a tempo indeterminato e a 3mila euro per ogni assunzione a termine di durata non inferiore a 12 mesi. Venne però attuato con quasi un anno di ritardo (con il Dm 5 ottobre 2012); e prevedendo procedure complesse (presentazione della domanda e autorizzazione successiva all’assunzione). Risultato? Si rivelò presto un “flop”: dal 2012 al 2013 la spesa per questo incentivo è scesa da 196 milioni di euro ad appena 56 milioni, come rileva lo studio «Spesa per le politiche occupazionali e del lavoro» appena pubblicato dal dicastero guidato da Giuliano Poletti.
Gli sgravi Fornero

Non ha avuto miglior sorte neppure l’incentivo introdotto dalla legge Fornero, la n. 92 del 2012, che prevedeva, a partire dal 1° gennaio 2013, sgravi contributivi con riduzione al 50% dei contributi dovuti all’Inps per 12 o 18 mesi per l’assunzione di lavoratori over50 disoccupati da 12 mesi e donne di qualsiasi età prive d’impiego regolarmente retribuito da almeno 24 mesi o da almeno sei mesi ma residenti in aree svantaggiate oppure con una professione o appartenenti a un settore economico caratterizzati da un’accentuata disparità occupazionale di genere. Insomma, una serie di “condizioni” per l’accesso al beneficio, condite poi da un meccanismo attuativo piuttosto burocratico che richiedeva, anche qui, una decretazione attuativa e una domanda di concessione (comunque da autorizzare). Senza considerare, inoltre, la maggiore limitazione nella considerazione dello status di disoccupato operato sempre dalla legge 92. La riforma Fornero è datata giugno 2012: a fine di quell’anno quanti soldi sono stati spesi per questi sgravi? Appena 4,4 milioni di euro.
Certo, il contesto economico dell’Italia in quegli anni era di assoluta emergenza: ma regole complicate e misure “selettive”, pur se varate nel condivisibile tentativo di agevolare le imprese ad assumere stabilmente determinate categorie di lavoratori, non hanno raggiunto lo scopo. Questo perchè «le aziende, soprattutto le Pmi sono frenate da norme e procedure troppo complicate – spiega l’economista del Lavoro, Carlo Dell’Aringa -. Criteri come “l’occupazione aggiuntiva” o la “disoccupazione da una certa data” disorientano. E finiscono per scoraggiare i datori, anche di fronte a incentivi sostanziosi».
L’incentivo Giovannini

È stato questo il caso della misura contenuta del Dl 76 del 2013 con il quale il governo Letta ha deciso di introdurre, fino al 30 giugno 2015, un bonus per la stabilizzazione di giovani under30 in situazioni di particolare svantaggio o privi di lavoro da almeno sei mesi e/o privi di diploma di scuola media superiore o professionale (l’incentivo riconosciuto era pari a un terzo della retribuzione lorda imponibile a fini previdenziali, con il limite di 650 euro al mese per lavoratore per un massimo di 18 mesi). L’importo della misura era di tutto rispetto (non lontano dalla decontribuzione triennale introdotto da Matteo Renzi con la legge di Stabilità 2015). Ma nonostante ciò l’incentivo ha avuto scarsissimo appeal in quanto, anche qui, l’assunzione a tempo indeterminato era solo il punto di partenza di un iter burocratico che prevedeva l’attesa dei fondi, la presentazione della domanda e l’approvazione ministeriale. Su questa misura sono stati messi circa 800 milioni di euro, soprattutto fondi Ue: l’utilizzo è stato bassissimo visto che oltre la metà dei soldi è stata “smistata” su altre misure: il rifinanziamento della cassa in deroga e l’attuale incentivo per le assunzioni stabili 2015.
L’attuale decontribuzione

In questi giorni il governo sta pensando di riproporre pure nel 2016 la decontribuzione triennale perchè sta funzionando. Non c’è dubbio che il periodo storico è diverso, e oggi si sta assistendo a una lenta ripresa. Ma la misura varata da Renzi e Poletti è costruita in modo semplice. E ciò aiuta: secondo gli ultimi dati Inps i contratti stabili “incentivati” finora viaggiano verso quota 600mila e quindi appare realistico l’obiettivo del milione di nuovi rapporti indicato dall’esecutivo (con una maggiore spesa fiscale di 1,8 miliardi quest’anno e di 5 miliardi sulle competenze 2016). Al ministero dell’Economia le ipotesi allo studio per concedere “il bis” alla decontribuzione pure per il prossimo anno sono tre: si ragiona se replicare l’attuale misura, magari con piccole modifiche anti-abusi; se renderla invece “selettiva” (limitandola cioè al Sud e alle donne in difficoltà); o se procedere a un taglio secco dei contributi di alcuni punti percentuali per vecchi e nuovi assunti a tempo indeterminato.
Obiettivo: norme semplici

«Non c’è dubbio che la decontribuzione sta avendo successo – sottolinea Marco Leonardi, economista alla Statale di Milano -. L’auspicio è che venga prorogata. Certo, bisognerà considerare le risorse a disposizione». L’esperienza degli ultimi anni però evidenzia un dato di cui tener conto: «Gli esoneri contributivi selettivi non hanno uguale efficacia – commenta Arturo Maresca, ordinario di diritto del Lavoro alla Sapienza di Roma – e si prestano a forme di utilizzo opportunistiche, come la dislocazione di sedi di lavoro, specie al Sud, non accompagnate da iniziative imprenditoriali. La strada, quindi, per il 2016 non può che essere quella di un esonero semplice. Peraltro, il Legislatore ha dato alle aziende un appuntamento per l’anno prossimo: quello della conversione delle cocopro e dei rapporti a partita Iva che potranno essere stabilizzati con una sanatoria per il passato. Mantenere l’attuale decontribuzione aiuterà a regolarizzare una serie di rapporti di lavoro oggi al margine». Del resto, anche in passato bonus semplici e immediati hanno sempre funzionato: è il caso degli incentivi alle assunzioni di disoccupati e cassintegrati di lunga durata, prevalenti al Sud, previsti dalla legge 407 del 1990 (cancellati ora dalla legge di Stabilità 2015 a favore della decontribuzione): tale misura ha avuto successo perchè aveva contorni applicati certi e definiti. Basti pensare alle risorse spese: nel 2013 ben 1,1 miliardi, in linea con gli anni precedenti.

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