Da qualche giorno sui giornali è comparsa, in qualche trafiletto, la seguente notizia: nei decreti attuativi del Jobs Act ci sarà un’azione di contrasto al fenomeno delle “dimissioni in bianco”, quella pratica odiosa in virtù della quale un’azienda pretende – di solito dalle donne – la firma di una lettera di dimissioni al momento dell’assunzione, da usare al momento in cui si presenta un evento “sgradito” (matrimonio maternità ecc).

Messa così, chi potrebbe avere qualcosa da obiettare? Sembra una notizia ottima. 

La notizia purtroppo, come spesso accade, è fuorviante, nel senso che al “titolo” non corrisponde il contenuto.

Ad oggi nessuno può sostenere che esiste un problema di dimissioni in bianco: dal 2009 sono state approvate ben due leggi che hanno reso impossibile dimettersi senza data certa, pur tra mille lamentele delle aziende ormai queste procedure sono entrate nella prassi quotidiana e hanno cancellato in radice ogni possibilità di abuso.

Arriva, quindi, una riforma che dovrebbe risolvere un problema già risolto da un’altra legge. 

Surreale anche l’annuncio che aleggia in questi giorni circa il progetto di introdurre un “diritto di ripensamento”:  questo diritto già esiste, non c’è bisogno di introdurlo. 

Ma allora cosa dobbiamo aspettarci dalla nuova disciplina? 
Probabilmente, verrà resa più complicata la gestione della fase – già iper burocratizzata – delle dimissioni, e sarà potenziato il diritto di ripensamento.

Tutto questo non viene fatto per soddisfare un fabbisogno del mercato ma, temiamo, ha il solo scopo di coprire gli “appetiti” politici di quelle correnti politiche che da sempre pensa che i diritti dei lavoratori e i le procedure burocratiche siano la stessa cosa.
 

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