Il telelavoro è vecchio, servono regole per lo smart working

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Perché in Italia non decolla il telelavoro, al contrario di quanto accade in altri paesi? Sicuramente c’è un problema culturale, ma non solo. Le regole sono vecchie e inutilmente rigide, pensate per un modello di telelavoro ormai superato dalla realtà.Questo modello è pensato per un lavoratore che lascia un ufficio – quello aziendale – per un altro ufficio – quello posizionato a casa sua. Cambia la posizione geografica ma resta intatta la modalità di esecuzione del lavoro.

La realtà produttiva degli ultimi anni dimostra che la forma più diffusa di lavoro a distanza è un’altra: il lavoro che si svolge in movimento, nel week end, sul treno, dal cliente, usando gli strumenti che la telematica mette a disposizione (a partire dagli smartphone).

Questo lavoro – che qualcuno chiama smart working e qualcun altro “lavoro agile” – fatica ad essere regolato con le norme ordinarie che disciplinano la sicurezza sul lavoro, gli infortuni, gli orari e così via.

Servono modelli di regole innovative, capaci di abbracciare fenomeni nuovi, per evitare che queste attività restino confinate in una zona grigia dove non esistono regole precise.

L’accordo di rinnovo del CCNL per gli studi professionali mostra di aver compreso questa esigenza di modernizzazione, e cerca di semplificare le regole su privacy, controlli a distanza e sicurezza; un buon passo in avanti ma, senza interventi normativi, non basta.

 

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