Francesco Giubileo

(articolo già pubblicato su Linkiesta)

Il reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 Stelle è forse l’unico vero tema presentato dal movimento in materia di politiche del lavoro, anche perché nel suo disegno di legge i centri per l’impiego assumono un ruolo fondamentale.

La proposta presenta molte criticità legate alla sostenibilità e soprattutto ai suoi effetti sul mercato del lavoro. Innanzitutto dà il diritto di richiedere e percepire il reddito di cittadinanza spetta a tutti i soggetti che hanno compiuto i diciotto anni di età, che sono residenti sul territorio nazionale e che percepiscono un reddito netto annuo inferiore ad euro 7.200 netti. Pertanto, a coloro che non ricevono un reddito da lavoro, il reddito di cittadinanza garantisce (qualora unico componente di nucleo familiare) il raggiungimento di un reddito annuo netto pari appunto a 7.200 euro stabilito in ordine alla soglia di povertà relativa, quantificata come un reddito inferiore ai 600 euro mensili netti.

Per calcolare i potenziali beneficiari del reddito di cittadinanza in Italia, possiamo utilizzare l’interessante analisi fatta da L’accademia precaria del piano terra. Secondo lo studio, la platea di beneficiari sarebbe di circa 8 milioni di persone (stima per difetto) alcuni dei quali dovrebbero ricevere non il sussidio completo ma solo una piccola integrazione. Questo è un numero enorme di persone, che a spanne costerebbe alle casse dello stato circa 20 miliardi di euro all’anno; approssimativamente 7 in più rispetto alle risorse oggi destinate agli ammortizzatori sociali.

Il costo della misura è in realtà ancora più alto infatti, come evidenzia la stessa analisi de L’accademia precaria, va considerato l’impatto della tutela sulla disponibilità al lavoro. Questo rappresenta – soprattutto in questi ultimi anni – il grande problema dei paesi europei, perché il numero di tutelati è talmente alto che il sistema non è più in grado di reggere. Molti lavoratori atipici a basso reddito, molte persone che svolgono attività poco “desiderabili” e soprattutto moltissimi disoccupati avrebbero un forte incentivo a non lavorare; di conseguenza il rischio è quello di arrivare facilmente ai 13-14 milioni di beneficiari.

A ciò si aggiunge che contemporaneamente aumenterebbe il tasso di disoccupazione, che si attesterebbe con tutta probabilità al 30-35% (che in realtà è superiore al tasso ufficiale, visto il numero di soggetti scoraggiati e cassa-integrati) e aumenterebbe il tasso di posti vacanti, ovvero le opportunità di lavoro che non trovano un candidato adatto, (nella stessa proposta si suggerisce di introdurre un salario minimo garantito non inferiore a 9 euro, e su questo è meglio che non mi esprimo).

È qui che dovrebbero intervenire i centri per l’impiego con programmi di ricollocamento e azioni coercitive nei confronti dei beneficiari. Questo modello tipicamente anglosassone (noto come workfare) è ormai da anni sottoposto ad una forte pressione, poiché i lavoratori svantaggiati sono molto difficili da collocare. Soprattutto, è molto esposto al noto fenomeno della “carovana dei benefici”, in cui i beneficiari che trovano lavoro spesso tornano, dopo brevi periodi, in assistenza, facendosi licenziare dal datore di lavoro per poter usufruire nuovamente del sussidio. Inoltre, per ottenere più risorse, spesso si ricorre a fenomeni opportunistici di ogni tipo: finte separazioni per accedere a più sussidi, spostamento di risorse e investimenti in ambiti o settori non soggetti al calcolo del reddito e così via. A fronte di tutto questo, se vogliamo comunque realizzare un modello di servizi pubblici per l’impiego in linea con quello europeo, tra stipendi al personale e miglioramento dei programmi di politica attiva o supporto all’occupazione, sono come minimo necessari la bellezza di 15 miliardi.

Infine, il progetto proposto dal M5S, prevede degli incentivi alla domanda di lavoro per l’assunzione dei beneficiari del reddito di cittadinanza, analogamente a quanto avveniva prima della Riforma Fornero con la mobilità. Lo strumento effettivamente funziona ma, oltre ad aumentare la spesa, rischia di produrre un diffuso fenomeno di opportunismo tra azienda e lavoratore. Senza considerare che l’intero impianto del reddito di cittadinanza incentiva di molto il ricorso al lavoro nero, tale fenomeno potrebbe convincere le autorità ad obbligare i beneficiari ad attività formative o in lavori socialmente utili, rischiando così di portare l’Italia indietro di due secoli, ai tempi delle Poor Laws inglesi, dove si obbligavano i poveri ai lavori forzati per un piatto di minestra.

Riorganizzazione della Pa,  riforma dei centri per l’impiego ed erogazione del sussidio comportano una spesa a regime che può facilmente arrivare ai 50-60 miliardi. Ovviamente se rispetto a quanto è stato detto, l’ammontare fosse di 1000 euro al mese, la cifra sfora di molto i 100 miliardi di euro.

La domanda che sorge spontanea è: dove si trovano questi soldi ?

  • Evasione fiscale (è una voce presunta che non è possibile mettere a bilancio sperando che arrivino come per magia 60 miliardi in modo strutturale e garantiti in tutti gli anni);
  • patrimoniale (anche nelle migliori previsioni il ricavo si aggira sui 5-6 miliardi di euro. Inoltre, se troppo alta produce conseguenze negative in termini di investimenti nel settore produttivo e fuga di capitali);
  • taglio alla spesa pubblica (forse è l’unica voce sensata, ma stiamo parlando di una mobilità per circa 100-150 mila dipendenti pubblici – ovviamente se l’intento è arrivare a certe cifre. Inoltre, in Italia non c’è mai stato il coraggio politico di farlo);
  • taglio alle pensioni (se si intende le pensioni d’oro, il ricavato sarebbero briciole; se si intende il totale delle pensioni il gettito sarebbe all’incirca di 5-10 miliardi, ma questa sarebbe una scelta estremamente impopolare e richiederebbe una modifica della costituzione);
  • tagli alla politica (lo slogan dei “pentastellati”, è ingenuo. Al massimo “raschiando il barile” si possono ricavare 4 miliardi – per coprire il costo del reddito di cittadinanza ne mancherebberocirca una quarantina).

Il reddito minimo è un tema molto importante, e preciso che chi scrive è assolutamente d’accordo nel considerare e realizzare una sorta di tutela di base per coloro che non hanno un reddito per sopravvivere[1].

Tuttavia la proposta del Rdc fatta dal Movimento 5 Stelle, non è praticabile in nessun modo e produrrebbe effetti devastanti sul mercato del lavoro. Non si scherza sulla pelle dei disoccupati con proposte ridicole, che non si realizzeranno mai. D’altronde gli se gli stessi deputati lamentano la difficoltà nella copertura degli 80 euro promessi dal Governo Renzi, come pensano di trovarne 600 o 1000 per il Reddito di cittadinanza?

[1] Si veda: Francesco Giubileo, 2012, Una possibilità per tutti – Proposte per un nuovo welfare. Secondavista Edizioni, Milano. Dove si presentano i modelli di Reddito minimo realizzati in Italia, si studiano i meccanismi per attivare i disoccupati e si formula una tutela verso i soggetti svantaggiati più pragmatica al contesto italiano.

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