Comporto, quel grande assente nel Jobs Act da ricostruire in via interpretativa 

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La riforma dei licenziamenti ha un grande assente, che sta facendo discutere gli esperti: il recesso intimato per superamento del c.d. periodo di comporto. 


Si tratta di una forma molto particolare di licenziamento, che scatta quando un dipendente supera il tetto massimo delle assenze per malattia previste dal contratto collettivo nazionale di lavoro applicabile al rapporto.


Nella legge Fornero, la fattispecie era regolata in maniera espressa: il licenziamento illegittimo collegato al superamento del comporto, al pari del licenziamento illegittimo collegato all’inidoneità fisica o psichica del lavoratore, dava diritto alla reintegrazione sul posto di lavoro.


Con il decreto sulle c.d. “tutele crescenti” (d.lgs. 23/2015) è stato affermato, per i nuovi assunti, un concetto diverso: è scomparso nella legge ogni riferimento al comporto e all’inidoneità fisica o psichica del lavoratore, e la reintegra è stata prevista solo per i recessi illegittimi collegati alla (diversa, in quanto più grave) situazione di “disabilità” fisica o psichica del dipendente.


Nessun riferimento viene fatto al comporto che, quindi, dovrebbe rientrare nel regime sanzionatorio generale, quello che dà diritto solo ad una tutela di tipo risarcitorio.


Il condizionale è, tuttavia, obbligatorio, in quanto la materia sfiora diritti intangibili della persona, e quindi bisognerà attendere il riscontro della giurisprudenza per sapere con certezza il regime applicabile alla fattispecie. 


C’è poi un altro aspetto, che la riforma non tocca (e non potrebbe essere altrimenti, non era quella la sede giusta): come adattare il comporto alle diverse patologie di cui può soffrire il lavoratore, come accompagnarlo nelle fasi della malattia cercando di non rompere in maniera definitiva il legame con l’ambiente di lavoro.


Si questo tema la strada da fare – non solo dal punto di vista legislativo ma anche contrattuale e aziendale – è ancora tanta. 

 

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