La proposta di riforma del lavoro parasubordinato contenuta nel c.d. codice dei contratti promette una rivoluzione – la cancellazione delle collaborazioni coordinate, spesso usate per nascondere abusi – che in realtà non ci sarà; anzi, la norma, scritta in quel modo, potrebbe paradossalmente liberalizzare queste forme di collaborazione.

Proviamo a spiegare, in maniera schematica, perché arriviamo a questa conclusione.

Oggi il lavoro parasubordinato è assoggettato a diversi vincoli posti, in chiave anti fraudolenta, dalla legge e dalla giurisprudenza:

– l’obbligo di collegamento a un progetto;

– l’obbligo di durata determinata;

– l’obbligo di applicare un compenso paragonato a quello previsto dai contratti collettivi per prestazioni subordinate “simili”;

– l’applicazione dei c.d. indici di subordinazione elaborati dalla giurisprudenza.

Con la riforma proposta dal Governo, vengono meno i primi tre vincoli (scompare il progetto, e con esso l’obbligo di durata e le norme sui compensi minimi). In cambio della scomparsa di questi vincoli, viene annunciata l’introduzione di alcuni indici di subordinazione.

Secondola bozza di norma, la normativa sul lavoro subordinato si applicherà ai rapporti di collaborazione aventi le seguenti caratteristiche:

– personali;

– continuativi;

– di contenuto ripetitivo;

– organizzati dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro.

Chiunque si occupa di lavoro noterà, senza dover ricorrere a faticose ricerche, che questi criteri già oggi sono largamente utilizzati dai giudici (e dagli ispettori) per ricondurre le collaborazioni fraudolente nell’area della subordinazione (tanto che non si capisce perché questi criteri si dovrebbero applicare solo dal 1 gennaio 2016: per il periodo precedente, cancelliamo decenni di giurisprudenza?).

In conclusione: la riforma, scritta in questo modo, cancella i limiti contro gli abusi oggi esistenti, in cambio di una novità, l’introduzione di indici di subordinazione, che tale non è, perché questi indici già sono largamente applicati in via giurisprudenziale.

In questo modo, si liberalizza il lavoro parasubordinato, andando nella direzione opposta rispetto a quella annunciata più volte da Matteo Renzi, che ha sempre ribadito l’intenzione di cancellare questa forma contrattuale.

Se questa volontà politica non è cambiata, quindi, bisogna ripensare profondamente la norma, usando soluzioni tecniche diverse da quella proposta.

Una strada molto più semplice sarebbe quella di procedere all’abrogazione del lavoro a progetto e di tutte le altre norme che regolano – e quindi legittimano – ogni forma di collaborazione coordinata e continuativa.

L’obiezione a questa soluzione è nota: non si può “abrogare” un fenomeno, la collaborazione, che esiste nella realtà.

Ma qui non si tratterebbe di abrogare un fenomeno che esiste, ma solo di cancellare una fattispecie contrattuale: in mancanza di questa, le collaborazioni sarebbero di volta in volta ricondotte allo schema del lavoro autonomo o del lavoro subordinato, secondo gli elementi concreti che lo caratterizzano.

L’alternativa – ad avviso di chi scrive più saggia – sarebbe quella di mantenere in vita tutta la normativa oggi esistente – in particolare quella sul lavoro a progetto – aggiungendo a questa dei limiti oggettivi di utilizzo (es.  un tetto al numero di contratti a progetto che ciascuna azienda può stipulare, un limite di durata massima, ecc.).

Addirittura si potrebbe fissare un divieto generale di utilizzo delle collaborazioni (a progetto e senza progetto), superabile solo per i settori o le imprese “autorizzate” dalla contrattazione collettiva, anche di secondo livello.

Solo queste soluzioni tradurrebbero in norme concrete l’annuncio politico di Matteo Renzi.

Se invece sarà confermata la norma attuale, verrà cancellato un impianto normativo (quello del lavoro a progetto) che, pur con fatica, aveva comunque alzato il livello di serietà del mercato, facendo rivivere la vecchia collaborazione coordinata e continuativa, di cui nessuno sentiva la mancanza.

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