Il “codice di contratti flessibili” è un lavoro ancora molto incompiuto. La legge delega (l. 183/2014) aveva promesso al sistema l’adozione di un codice del lavoro semplificato, nel quale avrebbe dovuto trovare posto una normativa sulla flessibilità meno esposta alle complessità gestionali e applicative che caratterizzano l’attuale sistema. Siamo un caso unico, da questo punto di vista: abbiamo tanta flessibilità, ma questa è molto complessa e, quindi, pericolosa da utilizzare. Il codice dei contratti non affronta come avrebbe dovuto questo problema, si limita a spostare le norme da un testo di legge all’altro, senza fare reali passi in avanti nella direzione indicata dal Jobs Act.
Poco significativa anche la parte più reclamizzata del decreto, quella sulla presunta abolizione del lavoro parasubordinato.
In realtà, viene abolito il lavoro a progetto, ma resta in vita la collaborazione coordinata e continuativa, che paradossalmente rischia di essere liberalizzata. E’ vero che vengono fissati degli “indici di subordinazione”, ma questi esistono da decenni, senza riuscire ad arginare gli abusi.
Il decreto, prima di diventare norma, dovrà essere esaminato dalle Camere, e potrà essere modificato dal Governo prima della stesura finale.
Mai come ora bisognerà utilizzare fino in fondo questo spazio di tempo, per riportare il testo allo spirito originario del Jobs Act. Non dovrebbe essere difficile: basterebbe recuperare lo spirito e il coraggio che hanno consentito di riscrivere e semplificare la disciplina dei licenziamenti in maniera decisiva. 
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