In ricordo di Marco Biagi. Ridurre le regole fa bene al lavoro

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il 19 marzo è la triste ricorrenza dell’omicidio di Marco Biagi, assassinato solo per aver portato avanti le sue idee.

Ci piace ricordarlo con un suo articolo, dal titolo “Ridurre le regole fa bene al lavoro”

Riformare il mercato del lavoro è la condizione per conseguire l’obiettivo di aumentare l’occupazione, accrescendone la qualità. Questa è la convinzione che accomuna il Governo italiano e quello britannico, condivisa peraltro da quello spagnolo che in questo semestre detiene la presidenza di turno dell’Unione europea. La dichiarazione congiunta di Blair e Berlusconi usa un linguaggio inconsueto nel mondo della diplomazia internazionale. 

Difficile ricordare un documento a livello di Governi in cui si denuncia il pericolo di <una eccessiva regolamentazione del mercato del lavoro>tale da <impedire le necessarie ristrutturazioni economiche in alcuni settori>, mettendo in guardia contro il rischio di <un ritorno ai mercati del lavoro sclerotici>che caratterizzavano l’Europa fino a un decennio fa. Del resto gli inglesi non ricorrono volentieri a formule equivoche e cercano di comunicare con efficacia con l’opinione pubblica. Anche D’Alema fu vicino a concordare un testo analogo, conforme del resto alle convinzioni sue e dei suoi consiglieri all’epoca in cui guidava il Governo: ma gli mancò il coraggio di andare fino in fondo verso una svolta riformista e tutto finì nelle solite smentite e nelle accuse ai giornalisti. 

La scelta è netta: il mercato del lavoro soffre di eccessiva regolazione e questo impedisce l’integrazione occupazionale di numerose categorie di lavoratori. In Italia il caso delle donne è sicuramente quello più clamoroso. In generale è ragionevole riconoscere che in numerosi Stati membri <l’attuale quadro regolatorio spesso riflette un’organizzazione del lavoro ormai obsoleta>. Questo eccesso di regolazione preoccupa i due Governi che temono gli effetti dannosi di questa <sclerosi>istituzionale. 

Soprattutto in un momento di incertezza del quadro economico internazionale – si afferma – vi è assoluta necessità di un mercato del lavoro che funzioni con efficienza. Bisogna passare da un assetto regolatorio tutto incentrato sulla tutela dei singoli posti di lavoro a una prospettiva di protezione sul mercato imperniata sul concetto di occupabilità. É il momento di scegliere senza esitazioni ulteriori la strada della formazione continua e delle tipologie contrattuali flessibili. 
A chi avesse ancora dei dubbi su come procedere alla luce di queste affermazioni generali il documento dà una risposta addirittura da manuale universitario. <Mercati del lavoro moderni e flessibili – si afferma – richiedono un ulteriore adattamento delle forme di regolazione, sia quelle proprie del diritto del lavoro (meno regole vincolanti, più soft law basate sul benchmarking), sia quelle che caratterizzano la contrattazione collettiva (accordi quadro, anziché contratti collettivi con efficacia quasi legislativa)>. 

Ma per realizzare tutto questo è necessario <un più alto livello di coinvolgimento dei lavoratori come uno dei fattori più importanti per determinare la qualità di un sistema di relazioni industriali>. Queste e altre conclusioni rafforzano l’impostazione complessivamente contenuta nel Libro Bianco sul mercato del lavoro, a testimonianza della larga condivisione in Europa di una linea di politica legislativa crescentemente bipartisan. Non risulta infatti che Tony Blair e il suo New Labour Party appartengano a uno schieramento di Centro-destra. 

Per chi si occupa di mercato del lavoro il documento Blair-Berlusconi non introduce novità sostanziali. In fondo esso non fa che richiamarsi alla Strategia europea dell’occupazione, lanciata nel 1998 anche dal Governo italiano guidato da Romano Prodi che concorse a integrarla nello stesso Trattato Ue. Si tratta di un complesso di norme hard (il Trattato) e soft (le linee-guida sull’occupazione concordate annualmente dal Consiglio) che ormai costituiscono il patrimonio cultural-politico e tecnico-scientifico di tutti i Governi, liberi ovviamente di decidere tempi e modalità di attuazione. É una linea di confine netta che ormai separa chi è consapevole della necessità del cambiamento e quanti non hanno un progetto di riforma, preferendo la semplice conservazione dell’esistente. 
Il documento italo-britannico sarà assai utile alla presidenza spagnola per assicurare esiti concreti all’imminente Consiglio europeo di Barcellona sull’occupazione. Non potrà rimanere inascoltata la proposta a tutti gli Stati membri di <rivedere l’attuale assetto di regole>sul mercato del lavoro. Non si potrà ignorare l’opzione a favore di un part-time sempre più incentivato <per favorire le transizioni verso e dal mercato del lavoro, al fine di assicurare la partecipazione delle donne e dei lavoratori anziani a una società attiva>. Si tratta di proposte in discussione anche in Italia, con particolare riferimento alla delega richiesta dal Governo al Parlamento in materia di mercato del lavoro: proposte da valutare criticamente nell’ambito di una serrata dialettica fra maggioranza e opposizione parlamentare, senza degenerare nei recenti insulti agli autori del Libro Bianco. Si deve discutere invece su come attuare le indicazioni comunitarie in materia di occupazione. Chi si rifiuta di riconoscersi in questa prospettiva si chiama fuori dall’Europa che deve accelerare il processo di modernizzazione del mercato del lavoro se vuole ancora assicurare un futuro alle giovani generazioni. 

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