Contratto di ricollocazione: le risorse sono poche, ma la sperimentazione è interessante

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Il contratto di ricollocazione non è destinato a cambiare immediatamente i nostri servizi per l’impiego – troppo poche sono le risorse destinate alla misura – ma è un esperimento da seguire con grande interesse, in quanto può avviare quella svolta attesa da tanti anni.
Il meccanismo, mutuato da esperienze di successo avviate a livello regionale (prima di tutti si è mossa la Regione Lombardia) è molto innovativo e, fino ad oggi, ha dato ottimi risultati.
Al soggetto disoccupato viene dato un voucher che consente di ricevere un pacchetto di servizi finalizzati alla ricollocazione lavorativa; mediante il voucher, e la libertà di scelta che ne consegue, si abbandona la logica del finanziamento a pioggia delle iniziative di politica attiva del lavoro, e si passa ad un meccanismo nel quale gli operatori sono messi in concorrenza tra loro, senza anacronistiche posizioni di privilegio delle strutture pubbliche.
L’innovazione passa anche attraverso la regola della premialità: il voucher, infatti, può essere incassato dall’operatore solo in presenza di un risultato occupazionale.
Questo requisito è molto importante, in quanto evita il pagamento di attività inutili, ma dovrà essere monitorato con attenzione, in quanto c’è il rischio di indirizzare il mercato solo verso i profili maggiormente occupabili; in alcune situazioni, anche senza un risultato occupazionale immediato, dovrebbe essere comunque ammesso il finanziamento di attività che danno un risultato intermedio misurabile.
Molto interessante è anche la regola che consente al lavoratore di accedere al contratto di ricollocazione mediante un colloquio inziale (c.d. profilazione) nel quale viene definita la sua occupabilità; tale colloquio, nel progetto iniziale del Governo, avrebbe potuto svolgersi solo presso il centro per l’impiego, mentre nella stesura definitiva del decreto è stato precisato che il passaggio può svolgersi presso qualsiasi operatore accreditato.
L’obbligo di svolgere presso il centro per l’impiego il colloquio iniziale non aveva alcun senso, sembrava solo un “inchino” ideologico verso modelli centrati sul pubblico ormai superati; coraggiosamente, il Governo ha deciso di passare a un sistema più aperto.
La misura viene completata da meccanismo sanzionatorio già presente nel nostro ordinamento: il disoccupato decade dal diritto a fruire dei servizi previsti dal voucher se rifiuta una congrua offerta di lavoro o, comunque, se non partecipa alle iniziative proposte dall’operatore cui si è rivolto.
Questa regola non è nuova, ma raramente ha trovato concreta attuazione.
Come ricordato, la portata innovativa del contratto di ricollocazione rischia di essere frenata dal problema delle scarse risorse destinate al suo finanziamento.
Il problema è accentuato dal fatto che, molto opportunamente, in sede di stesura definitiva del decreto è stato precisato che il contratto di ricollocazione può essere utilizzato da tutti i soggetti in stato di disoccupazione (non sono quelli licenziati ingiustamente per motivi economici): la platea è molto vasta, e solo una parte molto ridotta potrà avvalersi del nuovo strumento, fermo restando che le iniziative regionali già in corso potranno andare avanti.
Un altro possibile ostacolo al successo della misura è costituito dall’incenrto quadro istituzionale entro cui si colloca: le Province stanno sparendo, i centri per l’impiego dovrebbero passare alle Regioni, è in cantiere la delega sull’Agenzia nazionale per l’occupazione e, nel medio periodo, dovrebbe cambiare anche il Titolo V della Costituzione.
In questa situazione, il contratto di ricollocazione rischia di perdersi, per mancanza di una regia forte che ne curi l’attuazione. E’ un rischio che va scongiurato; non possiamo permetterci di sacrificare una delle idee più moderne e innovative prodotte nell’ultimo decennio.

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