Il JobsAct cancella – finalmente – le regole speciali sui licenziamenti per partiti e sindacati

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Il Jobs Act mette fine al regime di favore previsto, in materia di licenziamento, per i partiti politici, le associazioni sindacali e le altre organizzazioni di tendenza (tutti quei soggetti che perseguono finalità di carattere culturale, di istruzione, di religione o di culto).
Per questi soggetti, la legge n. 108 del 1990 sancisce l’inapplicabilità dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, allo scopo di impedire che tali organizzazioni siano costrette a reintegrare in servizio un dipendente che non condivide, o addirittura che si trovi in contrasto, con le finalità che perseguono.
La giurisprudenza nel tempo ha cercato di fissare dei paletti per evitare che questa esenzione, già molto discussa, si risolvesse in un’eccessiva libertà di manovra.
A tal fine, è stato precisato che non basta il collegamento con una delle organizzazioni elencate dalla legge per applicare l’esenzione; il datore di lavoro, come richiede la legge, non deve comunque esercitare attività imprenditoriale, e non deve perseguire uno scopo di lucro.
Inoltre, è stato evidenziato che l’esenzione non si applica per i dipendenti che svolgono mansioni che non hanno una diretta connessione con le finalità perseguite dall’organizzazione (es. chi svolge attività di segreteria, oppure compiti meramente manuali ed esecutivi).
Queste distinzioni non saranno più necessarie se il decreto di riforma confermerà, nella sua versione finale, quanto previsto dall’art. 9, comma 2, dello schema appena approvato dal Governo.
La norma specifica che ai datori di lavoro non imprenditori, che svolgono senza fine di lucro attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione ovvero di religione o di culto, si applica integralmente la nuova disciplina dei licenziamenti.
Pertanto, anche per i licenziamenti comminati da questi soggetti si applicherà la sanzione dell’indennizzo economico, di importo pari a 2 mensilità per ogni anno di servizio, da un minimo di 4 sino a un massimo di 24 (con importi dimezzati e un tetto di 6 mesi, se non vengono superati i 15 dipendenti).
Per i soli licenziamenti disciplinari basati su un fatto di cui sia stata dimostrata la falsità in giudizio, inoltre, si applicherà la reintegrazione sul posto di lavoro, cui si aggiungerà un risarcimento del danno che non potrà superare le 12 mensilità.
Infine, per i licenziamenti di natura discriminatoria si applicherà la reintegrazione sul posto di lavoro, oltre a un risarcimento del danno pari alle retribuzioni perse dal giorno del recesso sino alla riammissione in servizio.
Come si potrà conciliare il concetto di discriminazione con la natura ideologicamente orientata delle organizzazioni di tendenza?
Il problema non dovrebbe porsi per le mansioni estranee agli scopi istituzionali dell’ente: per i dipendenti che svolgono tali mansioni, il concetto di discriminazione si dovrebbe applicare senza adattamenti particolari.
Al contrario, per chi svolge mansioni che hanno una diretta connessione con le finalità perseguite dall’organizzazione, sarà necessario ripensare in senso restrittivo il concetto di discriminazione, ben potendo l’organizzazione esigere l’adesione ideale del dipendente alle proprie finalità istituzionali.

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