Lo scontro infinito sul lavoro sta logorando il Paese

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Mauro Soldera

Il lavoro si conferma infinito terreno di scontro, politico, economico, giuridico, sociale…
L’ultima puntata la stiamo vivendo con l’ennesimo tentativo di riforma che passa sotto il nome antipatico di Jobs Act.
Scontro al momento del decreto legge intervenuto su contratto a termine, somministrazione, apprendistato. Scontro in occasione della redazione del disegno di legge delega (secondo tempo del “film Jobs Act”). Scontro sui passaggi parlamentari della delega. Scontro sulla redazione del primo decreto delegato, sul quale le cronache dalle prime linee ci informano di negoziazioni protrattesi fino alle porte se non dentro il Consiglio dei Ministri; anzi, della necessità del suo spostamento per permettere lo scioglimento dei nodi imprescindibili.
Come aspettarsi uno scenario differente quando i due Presidenti delle Commissioni lavoro di Camera e Senato sono rispettivamente Cesare Damiano e Maurizio Sacconi? Qualcuno si ricorda un solo argomento sul quale i nostri siano mai andati d’accordo nei lunghi anni della loro militanza politica??
A fasi alterne, nelle settimane della redazione dello schema del decreto, l’uno si diceva soddisfatto dei lavori in corso mentre l’altro minacciava la tenuta del Governo.
Approvato il testo dal Consiglio dei Ministri, per uno manca la clausola di “opting out” a favore delle imprese (bisognerà intervenire nei 30 giorni disponibili); per l’altro ricomprendere i licenziamenti collettivi è inaccettabile (bisognerà intervenire nei 30 giorni disponibili). Solo per citare due degli ultimi, ulteriori presupposti di questo scontro infinito.
È evidente che il conflitto non riguarda due persone, così come – da riferire anche solo come nota di colore, al di lá della necessaria fedeltà alla cronaca – non mancano insoddisfazioni anche dalla terza anima di questa variegata maggioranza, sfogate con la messa in piazza di retroscena dal vago sapore piccante.
Sullo sfondo gli scioperi, le bandiere, la prospettazione di scenari apocalittici per i lavoratori, gli annunci di ricorsi in tutte le sedi del regno, ma anche oltre, contro le nuove norme; minaccia da prendere sul serio visto il precedente contro le recenti modifiche al contratto a termine.
L’argomento (l’articolo 18 per essere chiari) è tra i più delicati, verissimo, ma veniamo al senso, astraiamo dalla circostanza; cambia l’argomento ma non cambia la sostanza profonda: anche quest’ultimo passaggio ci restituisce, anzi ci rimarca, il sapore di una storia infinita, di soluzioni impossibili, di un clima perpetuamente soffocante, di una minestra in continuo bollore con periodici momenti di esplosione.
Già ci aspettiamo lo stesso spettacolo per i prossimi decreti in programma.
Storie, ideologie, anime, visioni inconciliabili. Studiosi di rango e di vasti approfondimenti ognuno con la propria ricetta, ognuno con validi argomenti, ma radicati in uno contesto in cui la prima mancanza è un solido, continuativo, scientifico, esteso, indiscusso… monitoraggio della realtà empirica. Ogni Governo un tentativo di riforma, qualcuna di respiro, qualcuna di rattoppo.
Ma prima o poi dovremo deciderci, prendere una strada e percorrerla fino in fondo, monitorandone veramente e profondamente gli effetti, essendo pronti ad aggiustamenti della rotta principale.
Lo scontro a tempo indeterminato affligge le nostre speranze, la voglia di scommettere sul futuro, in definitiva la nostra capacità di creare lavoro (che viene prima del pensare a come difenderlo). Tanto quanto ed insieme alle altre arretratezze competitive del nostro Paese.
L’impressione è che l’insofferenza sia diffusa, la distanza tra chi si accapiglia e chi osserva (e subisce) sempre più profonda. Nessuno può vivere in una perenne riunione tra condomini litigiosi ed inconcludenti; comprensibilmente finisce che chi si mostra in grado di assumersi la responsabilità di decidere, magari anche con soluzioni imperfette, acquisisca il fascino del leader da seguire.

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