La Cassazione torna a parlare di mobbing

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Andrea Maria Salerno

Si torna a parlare di Mobbing nota Cass. 25 settembre 2014 n.20230.
Con la pronuncia in commento la Corte di Cassazione è tornata a ripetersi sui presupposti processuali e sostanziali affinché possa essere ammessa ed eventualmente accolta una domanda di risarcimento danni da mobbing.
La Suprema Corte, si è pronunciata su una richiesta di risarcimento danno derivanti da “mobbing” avanzata da un dipendente che lamentava la nullità del licenziamento intimato quale ultimo atto di una condotta vessatoria ai danni dello stesso, oltre ad affermare che il provvedimento risolutivo fosse pretestuoso e ritorsivo.
Tuttavia gli ermellini, seppur confermando la sentenza d’appello che non ha riconosciuto quanto richiesto dal lavoratore, hanno offerto un ulteriore consolidamento dei requisiti richiesti affinché tali tipi di domande possano trovare accoglimento.
Infatti, dopo aver criticato la forma della redazione del ricorso ex art. 360 c.p.c. a cui si consiglia la lettura in quanto aspetto procedurale assai interessante per gli avvocati, il Giudice nomofilattico ha confermato ancora una volta come la domanda di richiesta di risarcimento danni per condotta vessatoria debba essere dotata di una precisa allegazione di fatti e documento da cui dedurre un intento vessatorio sistematico nei confronti della vittima.
Altresì, ha continuato la Corte, chi lamenta una danno da vessazioni deve provare oltre la condotta, anche il nesso eziologico tra la condotta del datore di lavoro, ovvero dei colleghi o del superiore gerarchico, ed il pregiudizio subito nella propria sfera professionale e personale, provando e quantificando anche quest’ultimo. Inoltre il lavoratore dovrà provare anche l’elemento soggettivo e l’intenzionalità della condotta posta in essere.
I sopra indicati elementi, che devono essere provati ed allegati in maniera specifica, permettono di rendere esplicita l’attività vessatoria senza ridurla ad una mera evocazione, oltre, ovviamente a circostanziare e specificare i fatti oggetto di lamentela, i quali, qualora dovessero essere provati costituirebbero nel loro complesso una condotta vessatoria (Cass. 21 maggio 2011, n. 12048; Cass. 26 marzo 2010, n. 7382).
Un ulteriore ostacolo vi è nella prova e nella definizione dei danni subiti che rendono ulteriormente gravosa la posizione del dipendente.
A seguito di tali richiami la Suprema Corte ha rigettato l’ulteriore istanza del lavoratore che non aveva specificamente ed esplicitamente allegato alla domanda i fatti vessatori di cui si doleva ed il danno subito.
Tuttavia, se è pur vero che le cause da c.d. “mobbing” siano assai onerose in termini di specificazione di allegazioni e prove per chi volesse proporle, è pur vero che tali richieste sono inerenti la salute del dipendente e quindi sussunte sotto l’egida della tutela contrattuale ex art. 2087 di cui segue l’onere probatorio, ben più leggero di quanto sarebbe se fosse considerato unicamente quale danno derivante da fatto illecito ex art. 2043 c.c. (Cass. Sez.Un. 4 novembre 1996 n.9522, 28 luglio 1998 n.7394, 14 dicembre 1999 n.900, 12 marzo 2001 n.99, 11 luglio 2001 n.9385, 29 gennaio 2002 n.1147, 25 luglio 2002 n.10956, 5 agosto 2002 n.11756, 23 gennaio 2004 n.1248, Cass. S.U. 4 maggio 2004 n. 8438).
La condotta del datore non deve per forza essere espressa sotto forma di inadempimenti quali ad esempio demansionamenti, sanzioni o trasferimenti ingiustificati, ma anche attraverso meri fatti materiali che se letti nel loro insieme possono in qualche modo configurare la fattispecie in esame, ossia un disegno persecutorio ai danni del dipendente (T. Milano 18 febbraio 2003).
Per quanto concerne il danno, poi, esso deve essere ben specificato circostanziato e quantificato. Il danno biologico dovrà quindi essere sorretto da una valutazione medica non demandata al tribunale ed il danno morale e esistenziale dovranno anch’essi essere provati in riferimento al danno non patrimoniale così come previsto dal’art. 2059 c.c. Oneri di allegazione, poi, incorrono anche nella richiesta dell’eventuale danno professionale o da perdita di chance.
In riferimento alla prova del danno soccorrono tuttavia le presunzioni che offrono, se concrete precisi e concordanti, un alleggerimento dell’onere ex art. 2697 c.c.
In conclusione con la sentenza richiamata la Suprema Corte ha voluto rilevare, prima ancora della valutazione dei fatti, quali siano gli elementi essenziali per poter proporre una domanda di accertamento del mobbing, senza i quali la medesima deve essere dichiarata inammissibile.

2 comments

  1. Possibile che in tanti anni del fenomeno sempre in aumento ,parlandosene in moltissimi convegni ,nessuno pensa ai Casi di SUICIDIO DI STATO in costante aumento,ed i veri carnefici la fanno franca solo perché i nostri Politici non Vogliono rendere il reato penalmente perseguibile ed ,non dico che si eliminerà il fenomeno ma almeno riusciremmo ad attenuarlo.

  2. In realtà è stato fatto un tentativo di sussumere la fattispecie sotto il reato di “maltrattamenti contro familiari e conviventi ” 572 c.p. (si veda pure Cass. IV sez. Pen. 13.01.2011 n° 685).
    Tuttavia si parla di interpretazione estensiva della fattispecie di reato, quindi, ad oggi la figura del Mobbing come comunemente inteso non ricopre alcuna valenza penalistica se non accompagnata dagli elementi indicati dalla giurisprudenza penalistica.

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