Articolo 18: per i giuslavoristi, simbolo di rigidità più che problema reale

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Claudio Tucci Davide Colombo Il Sole 24 Ore

I casi di reintegra di un lavoratore illegittimamente licenziato sono marginali (l’articolo 18 si applica solo alle aziende con più di 15 dipendenti). Ma la previsione normativa di una possibile “tutela reale” a favore del lavoratore, e le complicazioni aggiunte con la legge Fornero, hanno avuto un impatto psicologico negativo molto forte sulle imprese e, nei fatti, condizionato i loro programmi di assunzione. Per questo l’annunciato cambio di rotta da parte del governo con la prevista introduzione, per i nuovi assunti, di un contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti (in relazione all’anzianità di servizio), secondo professori e avvocati di diritto del lavoro, aiuterà a “dare certezza” e “consentirà ai datori di guardare con meno apprensione il contratto a tempo indeterminato”. Tutto questo ovviamente a patto che le intenzioni contenute nel ddl delega sul «Jobs act» all’esame del Senato si concretizzino, poi, nella successiva decretazione delegata.
La strada disegnata dall’esecutivo è «positiva perché finalmente si punta a rendere più flessibile il contratto a tempo indeterminato – ha commentato Arturo Maresca, ordinario di diritto del lavoro alla Sapienza di Roma -. Così si incoraggerà ad assumere stabilmente e ciò porterà a una riduzione delle altre forme precarie come partite iva e collaborazioni. Bisognerà però che il decreto legislativo delegato sia scritto in modo semplice e chiaro in modo da azzerare la discrezionalità dei giudici in sede di eventuale controllo sul licenziamento».
Sul piano strettamente tecnico, oggi, la reintegra è ormai marginale, dopo la riforma del 2012. «Se ne parla ancora molto – ha detto il giuslavorista Giampiero Falasca, partner dello studio Dla Piper Italy – sia perchè la legge 92 era troppo complessa e quindi non rassicura le aziende, sia perché storicamente simboleggia tutte le rigidità del diritto del lavoro italiano. Quindi può essere utile rimuovere la reintegra, come gesto simbolico, a patto di non accontentarsi: le nostre norme sul lavoro creano un divieto di assumere che va oltre e interessa le mansioni, i costi, l’incertezza delle regole, la produttività, e che va rimosso con un’azione di ampio respiro».
A sottolineare la prospettiva di una maggiore certezza del diritto che si apre con la nuova versione della delega lavoro è anche l’avvocato milanese, Fabrizio Daverio, dello studio legale Daverio& Florio, specializzato in diritto del lavoro: «Dopo la liberalizzazione dei contratti a termine, che determinerà un superamento del contenzioso, arriva il passo avanti pure sui licenziamenti individuali. Direi che se prima della riforma Fornero le aziende maggiori vivevano nella certezza della reintegra in caso di licenziamento giudicato illegittimo, ora ci troviamo in un contesto regolatorio in cui reintegra e indennizzo sono hanno una pari probabilità di esito in caso di impugnazione. Con le future regole si arriverà finalmente alla certezza che resta solo l’indennizzo, graduato all’anzianità di servizio del lavoratore».
Basterà questa mossa per riattivare le assunzioni stabili? Forse. «La verità è che la reintegra è l’ultima spiaggia per un lavoratore licenziato in un mercato del lavoro assai statico e ingessato che non offre nuove possibilità di ricollocazione – ha sottolineato il giuslavorista Stefano Salvato, dello studio di Roma Ghera e associati -. Ecco perché a fianco della cancellazione della tutela reale dell’articolo 18 serve pure un profondo riordino delle politiche attive e degli strumenti di sostegno al reddito. In questo modo il lavoratore non avrà più interesse a tornare al vecchio posto di lavoro perché non sarà più estromesso dal mercato venendo aiutato a trovare un nuovo impiego».

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One comment

  1. senza polemizzare, sono d’accordo sulla riduzione o modifica delle tutele, ma gli interventi dovrebbero ora incentrarsi sulle politiche attive e passive del lavoro e sulla riduzione del costo in riferimento ovviamente alla tassazione e non alla contribuzione o retribuzione. Questo per agevolare, come intende fare il governo, “un mercato del lavoro liquido” (ma l’Italia ne sarà in grado? abbiamo la mentalità per valorizzare l’esperienza e la meritocrazia unici elementi che permettono la riassunzione di un 45enne in altre aziende?).
    Altresì mi piacerebbe che una riduzione delle tutele istitzionali desse maggior impulso ad una gestione della contrattazione sindacale più organica in maniera tale dal spostare il diritto del lavoro, da una fonte legale ad una convenzionale.
    E’ possibile che il diritto del Lavoro faccia una volta epocale?

    Andrea Maria Salerno

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