di Francesco Giubileo e Francesco Pastore

La fuga dall’Appennino

La crisi economica, da una parte, l’invecchiamento demografico e la mobilità occupazionale, dall’altra, hanno causato una vera e propria “fuga” dai piccoli centri dell’Appennino verso le metropoli del Centro-Nord, ma anche del Mezzogiorno, in grado di offrire migliori chance occupazionali.

D’altronde in assenza di una domanda di lavoro costante, sufficientemente radicata nel settore manifatturiero, diventa improbabile che si riesca a creare quel moltiplicatore economico che genera servizi alle imprese e, indirettamente, sostiene anche i costi della cura delle persone che permettono ad una comunità di persone sempre più anziane di sopravvivere. Il risultato è che nel giro di pochi anni, al massimo un decennio, intere località – comuni, ma più in senso lato anche intere aree – potrebbero scomparire dalle mappe di geografia umana del territorio italiano. Si tratta, del resto, di un fenomeno già abbastanza diffuso in alcune aree collinari in molte regioni italiane caratterizzate da fenomeni di desertificazione. In alcuni territori la cui storia ha radici millenarie ora ci sono solo città fantasma, case disabitate e cadenti, terreni incolti e abbandonati, utensili senza padrone.

Portare Maometto alla montagna

Come fare a contrastare questi processi di urbanizzazione così profondi e radicati? La speranza può venire proprio da quel fattore che probabilmente ha originato il fenomeno alcuni decenni fa: l’innovazione tecnologica e le conseguenti profonde trasformazioni dell’organizzazione della produzione e del lavoro.

Alcune professioni, peraltro in rapida diffusione, non necessitano di una residenza stabile nelle principali metropoli, così come non necessitano di un rapporto di lavoro costate e subordinato con il datore di lavoro. A differenza degli stessi lavoratori autonomi, che devono costantemente interagire con clienti e fornitori, una parte dei circa due milioni di lavoratori parasubordinati (detti anche, a partire dalla Legge Biagi, lavoratori a progetto), svolgono un tipo di attività lavorativa che non comporta la presenza costante nella sede di lavoro e il cui compenso è strettamente legato al risultato raggiunto, piuttosto che alle ore svolte nel luogo di lavoro.

Produzione di bites a mezzo di bites

Tali lavoratori a progetto non hanno né l’obbligo, né l’interesse a svolgere le loro attività in un determinato luogo. Allora, anche se molti di questi lavori nascono proprio all’interno della città brulicante di attività terziarie avanzate, di servizi alle imprese, di attività di supporto ad altre attività, tuttavia, nulla vieta che essi siano svolti fuori dalla città.

I mezzi di telecomunicazione consentono un continuo collegamento fra il lavoratore ed il suo committente. L’input e l’output sono entrambi ricollegabili al lavoro a progetto tramite connessioni di tipo elettronico. L’output è costituiti pur sempre di raporti, documenti, atti, che per di più signifcano non più carta, come era qualche tempo fa, ma semplicemente, in ultima istanza bites, quasi sempre kilobites, spesso megabites, più raramente gigabites, ma pur sempre bites.

Produzione di bites a mezzo di bites, si potrebbe dire parafradando il titolo dell’opera principale del grande economista di Cambridge, Piero Sraffa. Produzione di bites a mezzo di bites che sono trasportati da bites, si potrebbe oggi aggiungere, per riflettere il senso dell’economia immateriale fino in fondo. Infatti, la carta deve essere trasportata dalle persone. I bites, invece, possono essere movimentati da macchine, da altri bites. Per di più possono essere mossi ad una velocità superiore a quella della luce oppure custoditi online in una delle clouds che ormai costituiscono il web e perciò utilizzati in qualunque momento.

Far ricrescere le radici

Grazie all’avvento delle nuove tecnologie e alla creazione di nuovi modelli di organizzazione del lavoro, è possibile creare le condizioni per ridare vita a comuni destinati alla cancellazione. Se solo lo si vuole, se si favorisce il ripopolamento della montagna.

In via sperimentale, si potrebbe scegliere un comune dell’Appennino ormai in via di “estinzione”, ma che comunque presenti un facile accesso alle principali arterie autostradali e dotarlo, attraverso i fondi di convergenza, di una eccellente connessione alla rete internet. Inoltre, per incentivare i professionisti del lavoro a progetto a muoversi nell’area prescelta potrebbero essere necessari adeguati incentivi, sotto forma di agevolazioni per l’acquisto o l’affitto dell’alloggio. In quelle aree, del resto, vi sono evidenti incentivi economici. Il costo della vita, compreso quello dell’acquisto delle abitazioni, è molto più basso che in città, mentre la qualità della vita è molto superiore, in termini di tempo disponibile per se stessi, per la famiglia e i propri interessi extra-lavorativi. Ogni cosa è a portata di mano, non c’è lo smog, né lo stress della città.

Potrebbe essere un obiettivo della politica regionale, ma anche europea quello di convincere, su base volontaria i professionisti del lavoro a progetto in alcuni particolari settori, con la possibilità di costruire anche una online community (creando un network che produca tra le altre cose una domanda spontanea di collaborazioni) e che diventi perciò un moltiplicatore economico. La localizzazione di professionisti nelle aree ora abbandonate favorirà la creazione di servizi alle persone nel terziario tradizionale e nei servizi alla persona: attività di bar e ristorazione, ma anche asili nido, ed altri servizi di comunità, potrebbero nuovamente diventare proficui. Il nuovo indotto economico e sociale garantirebbe un nuovo polo di attrazione per far ritornare la antica popolazione alle proprie radici.

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