Non basta un intervento sporadico come quello sulle causali per superare i tanti problemi del mercato del lavoro.

Tuttavia, quell’intervento – fatto in quel modo, senza le incertezze e le inutili complicazioni del passato – ha un grande pregio: per la prima volta, il legislatore “ascolta” le indicazioni che vengono dal mercato del lavoro, e va a risolvere i problemi che hanno una urgenza reale, senza rincorrere inutili e inefficaci suggestioni ideologiche.

L’effetto di semplificazione della riforma inciderà molto positivamente sulla gestione del lavoro, senza ridurre nessuna tutela.

E’ abbastanza paradossale l’accusa di eccessiva liberalizzazione del lavoro a termine: viene introdotto per la prima volta un tetto del 20% che prima non esisteva in legge (era una semplice facoltà dei contratti collettivi), questo basta a confutare questa lettura.

Il nuovo sistema garantisce, quindi, un risultato importante: fissa con chiarezza i confini tra quello che si può fare e quello che non si può fare.

La grande portata innovativa della riforma potrebbe essere attenuata per colpa di alcune incertezze lessicali comparse in sede di conversione parlamentale del decreto Poletti.

La prima riguarda il perimetro dei limiti quantitativi: la somministrazione di lavoro è stata esclusa dal tetto, ma è stata usata un’espressione che agevolerà le interpretazioni più disparate, sicuramente contrarie allo spirito della norma ma, purtroppo, consentite da un testo troppo incerto (bisognava “espellere” la somministrazione dal 368/2001, in quel modo sarebbe stata automatica l’esenzione).

Il problema è ancora più grave per quanto riguarda le sanzioni applicabili al superamento dei limiti quantitativi del contratto a termine.

E’ stata introdotta una sanzione amministrativa, ma non è stato in alcun modo previsto che non si applica più il meccanismo giurisprudenziale della conversione, e non è stato neanche spiegato che la sanzione ha carattere “esclusivo”.

Con la norma approvata in Parlamento, non c’è alcun dubbio che la sanzione si vada ad aggiungere al sistema preesistente, che rimane in vita (come dimostra anche il fatto che non è stato abolito il collegato lavoro, nella parte in cui dà per scontato che la sanzione tipica per il irregolarità del lavoro a termine è la conversione).

Né può pensarsi che si possa ricavare in via interpretativa il superamento del vecchio regime, perché il sistema della conversione offre una tutela economica e normativa al lavoratore, mentre quella introdotto dal Decreto Poletti è una sanzione amministrativa di cui beneficiano le casse pubbliche: ulteriore conferma del fatto che le due sanzioni possono convivere agevolmente.

Il risultato finale di questa cattiva tecnica normativa è che si è aggiunta alla sanzione classica (conversione più risarcimento) una sanzione amministrativa molto pesante.

Quello che preoccupa ancora più di questo fatto sono i rimedi annunciati.

Si parla – anche nell’Ordine del giorno del Senato – di una circolare interpretativa, che dovrebbe chiarire i dubbi su queste norme.

Sarebbe una scelta sbagliata, perché la circolare indirizzerebbe le aziende e gli operatori verso interpretazioni che, con molta probabilità, saranno sconfessate dai giudici.

Le norme che non funzionano devono essere cambiate da altre norme, se si va a caccia di scorciatoie illusorie e inefficaci si piomba presto negli errori del passato.

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