#divietodiassumere, la recensione di articolo 36 – @ilariamariotti

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Di Ilaria Mariotti – 25 aprile 2014
In www.articolo36.it

Semplificare le norme dovrebbe diventare il mantra di ogni riforma del lavoro che ambisca a un minimo di efficacia. È la premessa da cui parte Divieto di assumere, il libro del giuslavorista Giampiero Falasca appena pubblicato da Edizioni Lavoro che stronca – eccetto per qualche passaggio del Jobs Act in fieri – praticamente ogni legge sul mercato del lavoro entrata in vigore fino a oggi: una «stratificazione legislativa» e «riforme lenzuolo» come le definisce l’autore, che non hanno fatto altro che aggiungere caos senza portare risultati apprezzabili. L’obiettivo di Falasca è dimostrare la lontananza abissale della politica dalle reali esigenze dell’economia del Paese. Si prenda come esempio l’apprendistato, strumento da molti invocato ma mai realmente decollato: «è incredibile come, osservando i grafici, si possa rilevare come a ogni tentativo di cambiamento ci sia stato un crollo nel suo utilizzo» spiega Falasca ad Articolo36. Invece di funzionare le riforme insomma hanno ottenuto l’effetto contrario, disincentivando le aziende a sposare questo «modello contrattuale farraginoso, per cui c’è una vera e propria inspiegabile ossessione legislativa: non si capisce perché tutti debbano diventare apprendisti, non è così che si promuove l’occupazione».
Anche l’ennesima modifica alla sua regolamentazione varata come step iniziale del Jobs Act renziano non va nella giusta direzione: «La soppressione dell’obbligarietà della formazione rischia seriamente di essere incostituzionale. Anzi è probabile che questo aspetto sia stralciato a breve dalla norma proprio per tale motivo». Prefigurando il fallimento di una delle mosse del nuovo esecutivo che avrebbe dovuto far contenti gli imprenditori e convincerli finalmente ad assumere apprendisti.
Per i piccoli lavori, alla cui «giungla» il libro dedica un altro passaggio, accade lo stesso. Per chi vuole fare piccole lezioni private esistono ben dieci modalità di regolamentazione; lo stesso avviene per altre tipologie di mansioni a basso profilo. «Lo sperimento anche io nel quotidiano, ad esempio con la mia colf» spiega Falasca: «per metterla in regola con i buoni lavoro, bisogna prenotarli all’Inps, aspettare un codice pin e poi ritirarli altrimenti scadono. Una cosa lunare». Questa burocratizia così complessa fa sì che quasi tutti alla fine per semplicità optino per il pagamento in nero, tantopiù che spesso si tratta di poche ore alla settimana: perfino le stesse domestiche guardano con sospetto i buoni. I minijobs tedeschi, «in totale 7 milioni», andrebbero presi come spunto: «farebbero emergere la base contributiva sommersa e contribuirebbero a ridare dignità a chi lavora».
Capitolo riforma Fornero, un disastro secondo Falasca: «frutto non dico di dolo, ma di colpa grave». Il giuslavorista, 41 anni, parter dello studio legale Dla Piper, giudica l’intervento sulle partite Iva una «frattaglia di norme inutili, dove il vero problema irrisolto restano le ispezioni, che mancano del tutto». E poi, «come si può pensare di costringere le imprese ad assumere a tempo indeterminato rendendo la normativa ancora più iperburocratica?». Su questo punto scatta la difesa di Michel Martone, viceministro al Lavoro dell’epoca di Mario Monti, intervenuto alla presentazione romana del libro: «Durante la mia esperienza da viceministro ho vissuto l’inferno per cercare di semplificare. Quando sei nel mezzo delle cose girare la macchina è difficilissimo». Eppure sarebbe proprio questa la regola aurea da seguire, sostiene Falasca, per eliminare e rendere meno conveniente il lavoro nero – soprattutto a livello pratico. La semplicità dovrebbe essere il messaggio da lanciare agli investitori esteri che fuggono a gambe levate dall’Italia. Difficile dar loro torto quando al contrario arriva la percezione di un paese in cui è complicatissimo rispettare le leggi, perché cambiano di continuo o perché impossibili da interpretare e applicare (si pensi solo alle buste paga, altro rebus indecifrabile trattato nel libro).
Ennesimo caso è quello della cosiddetta causale del contratto a tempo determinato, che fino a poco tempo fa doveva essere giustificata in ogni singolo contratto: si obbligava cioè il datore di lavoro a indicare la motivazione di un rapporto destinato a scadere, tanto che si era creato – a forza di inventare – «un nuovo genere letterario» ironizza Falasca nel libro, e una fucina senza fondo per la proliferazione di contenzioso. Fatto questo che ha prodotto anche un «notevole indotto» che a molti (avvocati, consulenti, organizzazioni sindacali) ha fatto comodo mantenere in piedi. Ma adesso con Renzi e con il decreto Poletti si è andati verso una vera liberalizzazione, almeno in questo ambito: l’obbligo di causale è stato soppresso. Eppure anche qui Falasca è parzialmente critico, e pensa che in realtà la causale resti, ma che sia solo «diventata oggettiva, stabilendo un paletto del venti per cento dei contratti a tempo determinato rispetto agli assunti». Ciò non gli impedisce comunque di aprire uno spiraglio di fiducia al Jobs Act: l’impostazione della riforma «fa ben sperare». Ma resta molto pessimismo sul passaggio dalla teoria alla pratica: «Stanno pasticciando gran parte del progetto, che è ancora molto incerto nei contenuti e che dovrà fare un lungo giro in Parlamento prima di vedere la luce». burocrazia e contenziosi per liberare il mercato del lavoro
Di Ilaria Mariotti – 25 aprile 2014
In www.articolo36.it (estratto)

Semplificare le norme dovrebbe diventare il mantra di ogni riforma del lavoro che ambisca a un minimo di efficacia. È la premessa da cui parte Divieto di assumere, il libro del giuslavorista Giampiero Falasca appena pubblicato da Edizioni Lavoro che stronca – eccetto per qualche passaggio del Jobs Act in fieri – praticamente ogni legge sul mercato del lavoro entrata in vigore fino a oggi: una «stratificazione legislativa» e «riforme lenzuolo» come le definisce l’autore, che non hanno fatto altro che aggiungere caos senza portare risultati apprezzabili. L’obiettivo di Falasca è dimostrare la lontananza abissale della politica dalle reali esigenze dell’economia del Paese. Si prenda come esempio l’apprendistato, strumento da molti invocato ma mai realmente decollato: «è incredibile come, osservando i grafici, si possa rilevare come a ogni tentativo di cambiamento ci sia stato un crollo nel suo utilizzo» spiega Falasca ad Articolo36. Invece di funzionare le riforme insomma hanno ottenuto l’effetto contrario, disincentivando le aziende a sposare questo «modello contrattuale farraginoso, per cui c’è una vera e propria inspiegabile ossessione legislativa: non si capisce perché tutti debbano diventare apprendisti, non è così che si promuove l’occupazione».
Anche l’ennesima modifica alla sua regolamentazione varata come step iniziale del Jobs Act renziano non va nella giusta direzione: «La soppressione dell’obbligarietà della formazione rischia seriamente di essere incostituzionale. Anzi è probabile che questo aspetto sia stralciato a breve dalla norma proprio per tale motivo». Prefigurando il fallimento di una delle mosse del nuovo esecutivo che avrebbe dovuto far contenti gli imprenditori e convincerli finalmente ad assumere apprendisti.
Per i piccoli lavori, alla cui «giungla» il libro dedica un altro passaggio, accade lo stesso. Per chi vuole fare piccole lezioni private esistono ben dieci modalità di regolamentazione; lo stesso avviene per altre tipologie di mansioni a basso profilo. «Lo sperimento anche io nel quotidiano, ad esempio con la mia colf» spiega Falasca: «per metterla in regola con i buoni lavoro, bisogna prenotarli all’Inps, aspettare un codice pin e poi ritirarli altrimenti scadono. Una cosa lunare». Questa burocratizia così complessa fa sì che quasi tutti alla fine per semplicità optino per il pagamento in nero, tantopiù che spesso si tratta di poche ore alla settimana: perfino le stesse domestiche guardano con sospetto i buoni. I minijobs tedeschi, «in totale 7 milioni», andrebbero presi come spunto: «farebbero emergere la base contributiva sommersa e contribuirebbero a ridare dignità a chi lavora».
Capitolo riforma Fornero, un disastro secondo Falasca: «frutto non dico di dolo, ma di colpa grave». Il giuslavorista, 41 anni, parter dello studio legale Dla Piper, giudica l’intervento sulle partite Iva una «frattaglia di norme inutili, dove il vero problema irrisolto restano le ispezioni, che mancano del tutto». E poi, «come si può pensare di costringere le imprese ad assumere a tempo indeterminato rendendo la normativa ancora più iperburocratica?». Su questo punto scatta la difesa di Michel Martone, viceministro al Lavoro dell’epoca di Mario Monti, intervenuto alla presentazione romana del libro: «Durante la mia esperienza da viceministro ho vissuto l’inferno per cercare di semplificare. Quando sei nel mezzo delle cose girare la macchina è difficilissimo». Eppure sarebbe proprio questa la regola aurea da seguire, sostiene Falasca, per eliminare e rendere meno conveniente il lavoro nero – soprattutto a livello pratico. La semplicità dovrebbe essere il messaggio da lanciare agli investitori esteri che fuggono a gambe levate dall’Italia. Difficile dar loro torto quando al contrario arriva la percezione di un paese in cui è complicatissimo rispettare le leggi, perché cambiano di continuo o perché impossibili da interpretare e applicare (si pensi solo alle buste paga, altro rebus indecifrabile trattato nel libro).
Ennesimo caso è quello della cosiddetta causale del contratto a tempo determinato, che fino a poco tempo fa doveva essere giustificata in ogni singolo contratto: si obbligava cioè il datore di lavoro a indicare la motivazione di un rapporto destinato a scadere, tanto che si era creato – a forza di inventare – «un nuovo genere letterario» ironizza Falasca nel libro, e una fucina senza fondo per la proliferazione di contenzioso. Fatto questo che ha prodotto anche un «notevole indotto» che a molti (avvocati, consulenti, organizzazioni sindacali) ha fatto comodo mantenere in piedi. Ma adesso con Renzi e con il decreto Poletti si è andati verso una vera liberalizzazione, almeno in questo ambito: l’obbligo di causale è stato soppresso. Eppure anche qui Falasca è parzialmente critico, e pensa che in realtà la causale resti, ma che sia solo «diventata oggettiva, stabilendo un paletto del venti per cento dei contratti a tempo determinato rispetto agli assunti». Ciò non gli impedisce comunque di aprire uno spiraglio di fiducia al Jobs Act: l’impostazione della riforma «fa ben sperare». Ma resta molto pessimismo sul passaggio dalla teoria alla pratica: «Stanno pasticciando gran parte del progetto, che è ancora molto incerto nei contenuti e che dovrà fare un lungo giro in Parlamento prima di vedere la luce».

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