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Se negli ultimi cinque anni si è assunto poco e licenziato molto non è solo per la crisi, ma anche perché il “diritto del lavoro italiano non conosce strumenti adeguati per rimodellare l’organizzazione del lavoro.”

Lo sostiene il giuslavorista Giampiero Falasca nel suo libro “Divieto di assumere. Cambiare le regole per rilanciare il lavoro”, saggio da poco uscito per Edizioni Lavoro.

Non è quindi esclusivamente l’emergenza economica a frenare l’occupazione: al mancato dinamismo del mercato del lavoro contribuiscono la complessità delle regole, il loro continuo mutare che genera dubbi, un cuneo fiscale elevato, servizi per l’impiego poco efficienti, controlli scarsi e relazioni industriali non sempre al passo con i tempi.

Orari di lavoro rigidi, mansioni lavorative immodificabili, rari investimenti in formazione completano il quadro.

Si viene così a creare un paradosso: è “molto più facile annullare un contratto a termine affetto da qualche piccolo vizio formale, invece che scovare un contratto a progetto irregolare o addirittura un rapporto di lavoro totalmente in nero”.

In un contesto globale che richiede sempre più flessibilità, le numerose riforme che si sono succedute nell’ultimo decennio non hanno fatto altro che renderne sempre più complessa l’attuazione, “approvando norme che, anche quando vorrebbero semplificare, sono già pronte per creare contenziosi”.

Si sono in questo modo spalancate le porte a interpretazioni giurisprudenziali anche molto diverse tra loro, a seguito dei tanti interventi correttivi che spesso erano in contraddizione tra di loro. L’incertezza normativa, del resto, non compensa i piccoli incentivi economici che sono stati di volta in volta proposti per accelerare la ripresa.

L’esempio dell’apprendistato è in tal senso eclatante: “costa pochissimo, ma non sfonda. Questo perché chi oggi vuole assumere un giovane apprendista ha paura di dover affrontare uno sterminato reticolo di burocrazie e adempimenti; peraltro nel caso dell’apprendistato non è neanche vero, perché il Testo Unico del 2011 ha molto semplificato la materia, ma il sistema ha ancora in mente le follie del decennio precedente e non si fida.”

Disparità tra regolamenti regionali, stage senza regole, la giungla dei piccoli lavori, false partite Iva o collaborazioni a progetto, lavoro nero, contenziosi crescenti: fenomeni perlopiù incomprensibili agli occhi delle multinazionali straniere, sempre meno motivate a investire qui.

Se poi si guarda al peso del costo del lavoro, balza subito agli occhi “la distanza siderale che passa dalla retribuzione lorda a quella netta.” A complicare lo scenario, le difficoltà nel tentare di mettere in produzione salario e produttività.

Per incentivare la ripresa del mercato, sostiene Falasca, è anche necessario ripensare le politiche attive e i servizi per l’impiego: più servizi pubblici e meno soggetti pubblici è la sua ricetta per rilanciare il lavoro.

Si renderà infine necessario ripensare il ruolo del sindacato e degli ammortizzatori sociali, affinché sia davvero possibile togliere dal nostro Paese il cartello “Divieto di assumere”.

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