Il nuovo contratto a termine fissa il confine tra precarietà e flessibilità

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Jobs Act, atto primo: porta “una novità importantissima, con un potente effetto di semplificazione.

Dovrebbe, infatti, rimuovere la paura delle imprese a utilizzare il contratto a termine“.

Il giudizio ai microfoni di Cuore e Denari è dell’avvocato Giampiero Falasca, giuslavorista ed esperto di diritto del lavoro per il Sole 24 Ore, a commento di una tra le principali novità introdotte dal Decreto legislativo n. 34 dello scorso 20 marzo, il decreto che porta la firma del Ministro del Lavoro Giuliano Poletti e che interviene sui contratti di lavoro a termine: si passa, infatti, al contratto a termine che non prevede più la cd. causale, ovvero l’insieme delle ragioni giustificatrici del termine, elemento sostanziale delle norme precedenti e ragione primaria di elevato contenzioso tra le parti.

 

“Nel vecchio sistema” ha commentato Falasca “ogni contratto doveva essere accompagnato da una giustificazione, come se ci fosse una colpa preventiva. Tale ‘giustificazione’ poteva essere riassunta, per fare un esempio, nella dicitura ‘esecuzione di una commessa straordinaria’.

Tuttavia, capitava che un giudice ritenesse tale causale insufficiente, mentre un altro la giudicasse sufficiente, ed un terzo ancora valida ma solo con numero della commessa. Ogni contratto a termine nasceva già come fonte di contenzioso” ha spiegato l’avvocato.

“Ora ” ha concluso Falasca “chi vuole utilizzare questa forma di contratto deve saper contare. Vanno rispettati due limiti: uno di quantità, non più del 20% dell’organico, e uno di durata, non più di 36 mesi. Il decreto, quindi, a livello culturale, opera in modo corretto. Si sta giungendo, infatti, ad una soglia di sopportazione collettiva della flessibilità

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