Tiziano Treu

I temi del Job Act sono molti e di diverso peso. Mi concentro su 5 punti che basterebbero a dare lo choc al mercato del lavoro di cui parla Matteo.

1. Anzitutto le misure devono essere concentrate e consistenti. A cominciare dalla riduzione del cuneo fiscale. Lo sottolinea anche il Ministro Padoan. Gli interventi sugli ammortizzatori sociali, andranno estesi per coprire i soggetti finora esclusi (o quasi): collaboratori e lavoratori economicamente dipendenti. Su questo punto il lavoro preparatorio sull’estensione dell’indennità di disoccupazione, Aspi e mini Aspi, mi sembra a buon punto e presenta costi non proibitivi. Per avvicinarci all’Europa servono meno casse integrazioni a lungo termine, spesso per imprese decotte, e più sostegno ai disoccupati. Ma per essere europei occorre che gli ammortizzatori sociali siano accompagnati da efficaci politiche attive.
2. Qui non servono tanto nuove leggi, ma interventi operativi. E’ decisivo rafforzare il sistema dei servizi all’impiego. Non si può abbandonarli perché non funzionano. Il loro ruolo resta importante in tutti i paesi, anche nella liberista Gran Bretagna. Ma vanno fatti diventare dei veri job centre capaci di leggere il mercato del lavoro e le esigenze delle imprese. Il personale deve essere riqualificato, con competenze adeguate, non solo amministrative come è oggi. Va impegnato su obiettivi precisi e compensato adeguatamente anche sulla base dei risultati: qualità delle offerte di lavoro, dipendente e autonomo, ed effettivi placement, come si fa in altri paesi sia per gli operatori pubblici che per i privati.
Le strutture pubbliche e private devono collaborare sulla base di intese precise; possono essere messi in concorrenza fra loro, ma con regole e risorse pari. Per questo anche il numero delle persone addette ai centri pubblici va rafforzato. Non si può immaginare di assumere le decine di migliaia di dipendenti attivi in Germania e Francia. Ma i meno di 9000 operatori italiani non possono far fronte a 3 milioni di disoccupati. Ho già proposto da tempo, e vedo che altri concordano, di impiegare in questi servizi almeno una parte dei lavoratori pubblici in mobilità, previa la necessaria formazione. A questi si potrebbe aggiungere una task force di giovani, impiegati a termine come tutor, per svolgere le attività fondamentali di sostegno all’occupazione; e si potrebbero impiegare meglio gli attuali dipendenti di Italia lavoro e Isfol.

Questi nuovi addetti dovrebbero servire anzitutto per far partire la garanzia giovani. L’occasione non può essere persa. Le risorse non irrilevanti messe a disposizione dall’Europa andrebbero concentrate sugli obiettivi essenziali, invece di disperderli in mille rivoli.

La proposta di Renzi di istituire una Agenzia federale del lavoro va bene se serve a guidare veramente il sistema ora disperso e se unifica le funzioni di servizi all’impiego con quelle di gestione degli ammortizzatori. Solo così si può rendere effettiva quella condizionalità che oggi è scritta solo sulla carta. I centri per l’impiego saranno utili e frequentati solo se sapranno offrire servizi veri e attivare sanzioni per chi non accetta le offerte.

L’Agenzia non deve essere un altro carrozzone, ma una struttura efficiente, anche unificandola con Italia lavoro.

3. Un altro capitolo su cui deve concentrarsi il Job Act riguarda le semplificazioni. Anzitutto la semplificazione delle procedure e della miriadi di adempimenti che affliggono imprese e lavoratori. Si può fare molto senza guerre ideologiche: unificare le comunicazioni alle PA, ora ripetitive, abolire l’obbligo di fornire dati e documenti già in possesso delle PA, informatizzare le comunicazioni abolendo documenti cartacei; introdurre uno sportello unificato, come gli one stop shop attivi in altri paesi, presso il quale svolgere tutte gli adempimenti connessi al rapporto di lavoro. Il successo dello sportello dipende anche qui non solo dalle norme, ma da un efficiente organizzazione del back office che sappia rispondere alle domande.
Altra cosa è la revisione e semplificazione delle norme del diritto del lavoro sostanziale. Non si può pensare di ridurre tutto a pochi articoli. Più realistico è procedere per singoli settori e testi unici, come già avvenuto per la sicurezza del lavoro e apprendistato, coinvolgendo gli operatori interessati.

Importante è la semplificazione e l’efficientamento delle procedure processuali a cominciare dalla abolizione del rito Fornero introdotto dalla legge 92/2012.

4. Un tema critico su cui esistono posizioni politiche diverse riguarda il numero e i tipi di contratti. Penso che Matteo dovrebbe semplificare anche qui. I contratti che servono non sono più di 4 – 5. La proposta del contratto di inserimento a tutele crescenti può essere utile a facilitare il primo accesso al mercato del lavoro di giovani e di disoccupati di lunga durata. Ma se non si vuole cannibalizzare l’apprendistato questo deve essere semplificato e riqualificato: attivare veramente quello di I° livello in alternanza scuola lavoro, alla tedesca; rafforzare la formazione di quello professionalizzante, non con vincoli formali ma con contenuti certificati. Così i due contratti si possono caratterizzare diversamente : il contratto di inserimento per la sua flessibilità l’apprendistato per una vera finalità formativa.
Anche il contratto a termine e parallelamente la somministrazione possono essere semplificati senza incentivare la precarietà. Le causali sono fonte di contenzioso più che garanzia di protezione. E’ più tutelante fissare un tetto quantitativo massimo del 15% modificabile dai contratti e confermare il limite temporale di 36 mesi.

Un’altra importante semplificazione riguarda le varie forme di lavoro cd atipico. Tutti i lavori di breve durata ora regolati in modo complicato (accessorio, intermittente), si possono unificare prevedendo che siano pagati in voucher di valore predefinito, comprensivi di contributi, entro un limite massimo di reddito (8000, 10000€ annui, come si fa in Germania).

Penso infine che vadano abrogati i contratti a progetto e le cd partite Iva, anch’essi fonte più di complicazione che di tutela. Restano le collaborazioni, che vanno definite meglio come lavori economicamente dipendenti e sostenute con tutele di base, già ipotizzate in alcuni ddl.

5. Fra queste tutele di base acquista oggi una importanza essenziale il salario minimo legale; non solo per i collaboratori ma per tanti lavoratori poveri. Le esitazioni anche dei sindacati non hanno più ragione di essere, perché le tutele contrattuali non bastano. Un salario legale di base può sostenere, non deprimere la stessa contrattazione. Ormai lo sta adottando anche la Germania che era l’unico grande paese con noi a non averlo.

I temi del Job Act, pur diversi, devono convergere su pochi obiettivi fondamentali: semplificazione e alleggerimento del peso fiscale e burocratico su lavoro e imprese, tutele universali di salario e di welfare, politiche attive del lavoro. Le resistenze a innovare su questi punti sono forti, cementate dal tempo, dalle ideologiche, e dalle inerzie politiche e amministrative. Lo choc di Matteo è chiamato a rompere questi muri.

(Da Europa 8 marzo 2014)

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