#JobsAct: il progetto è valido, ora bisogna attuarlo

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Giampiero Falasca (da www.linkiesta.it)

IL “Jobs Act” diffuso da Matteo Renzi non è facile da commentare, in quanto si tratta di un documento ancora molto preliminare. Ci sono tuttavia diversi aspetti positivi, che meritano di essere evidenziati.
In primo luogo, il documento parte da una considerazione essenziale: l’economia non si risolleva con le norme, ma con le politiche industriali.
Inoltre, il documento ha il merito di aver rimesso al centro dell’agenda politica un tema che, incredibilmente, era finito in secondo piano: la competitività dell’ordinamento giuridico.
Nessuno, nei mesi scorsi, aveva avuto il coraggio di dire che il quadro normativo, nonostante le continue riforme, è ancora molto critico. Il Jobs Act prende invece sul serio questo problema, mettendo la semplificazione al centro dei futuri interventi di riforma.
Ora serve, tuttavia, concretezza e determinazione pe portare avanti un piano del genere.
Per semplificare in maniera efficiente, bisogna comprendere un fatto che la politica in questi anni non ha compreso: molte imprese non sono più disponibili a sopportare un ordinamento del lavoro illogico, nel quale è troppo difficile assumere dipendenti e gestirli in maniera efficiente, e che punisce con grande rigore chi, pur utilizzando contratti regolari, incappa in errori formali mentre non riesce a contrastare fenomeni di elusione di massa delle regole.
L’ordinamento comunica, in questo modo, un messaggio di ostilità a chiunque intende assumere dipendenti in maniera regolare; per superare questo stato di cose, la semplificazione dovrebbe portare alla cancellazione di tutte le procedure e le regole inutili e inefficienti.
Inoltre, un capitolo importante di questo piano di semplificazione dovrebbe interessare il lavoro flessibile.
Non serve una pletora sterminata di contratti, tutti a rischio di contenzioso, basterebbero poche tipologie di lavoro (un contratto unico per i lavori saltuari, invece che 6-7 forme, l’apprendistato ancora più semplificato, la somministrazione liberata da lacci e lacciuoli inutilmente punitivi, il lavoro a termine libero da formalismi assurdi come la causale); questi contratti dovrebbero essere ripensati sulla base di regole capaci di consentire un loro utilizzo semplice ed immediato.
Queste misure potrebbero far scomparire immediatamente il contenzioso (oggi imponente) sul lavoro flessibile, e potrebbero ridurre gli ingenti costi transattivi e indiretti (consulenze, procedure interne, rallentamenti operativi, rischi di causa) che oggi ogni azienda deve sostenere per poter utilizzare il lavoro flessibile.
L’obiezione che viene fatta a questo tipo di proposte è sempre una – c’è il rischio di agevolare il ricorso indiscriminato al lavoro flessibile – ma è facilmente superabile: basterebbe applicare un tetto massimo di durata (es. 36 mesi) e di quantità, al numero complessivo di rapporti flessibili che si possono stipulare con lo stesso lavoratore e nella stessa azienda.
La semplificazione non dovrebbe interessare le forme precarizzanti che oggi proliferano senza controllo; il lavoro a progetto non dovrebbe essere semplificato ma sarebbe da cancellare senza incertezze, trattandosi di un mostro giuridico unico in Europa.
I problemi del diritto del lavoro italiano non si fermano al lavoro flessibile o all’assunzione, ma investono pesantemente anche la fase centrale del rapporto di lavoro.
E’ molto difficile cambiare le mansioni di un dipendente senza scatenare un contenzioso, è addirittura impossibile modificarle in peggio, anche quando il lavoratore, per i motivi più disparati, non è più adatto a svolgere certi compiti.
Il risultato è che le aziende tendono ad espellere manodopera che supera una certa soglia di età; andrebbe invece trovato un modo per consentire di salvare la professionalità dei lavoratori maturi, adibendoli a mansioni diverse, anche inferiori, piuttosto che metterli di fronte alla drammatica scelta tra diventare un top manager o essere espulso dal luogo di lavoro.
Un altro problema drammatico è il costo del lavoro, che mangia due terzi dello stipendio. Da anni si lanciano slogan sulla retribuzione di produttività, ma finora la montagna di parole, accordi sindacali, leggi e circolari ha prodotto un topolino sgangherato. Ogni anno lo Stato distribuisce una piccola mancia a piè di lista sui salari più bassi secondo regole cervellotiche e sempre diverse; sarebbe invece importante dare stabilità a questo sistema, uscendo dalla logica dei decreti annuali.
C’è poi un grande problema che interessa tutte le fasce d’età; le competenze sono poche, e si bruciano rapidamente. Il problema nasce nelle scuole e nelle università, che continuano a sfornare giovani che non parlano l’inglese e non hanno mai messo piede in un’azienda, e continua durante il lavoro, perché le aziende non investono in formazione e, quando lo fanno, non sono adeguatamente incentivate.
C’è da sperare che “Job Act” di Matteo Renzi prenda di petto questi temi, sfuggendo alla tentazione di concentrarsi solo sulla proposta di “contratto unico”; se infatti si pensa che “contratto unico” sia sinonimo di semplificazione (come ha scritto, molto ingenuamente, Beppe Severgnini sul Corriere della Sera) si commette un grande errore.
Il contratto unico non c’entra niente (o quasi) con la complessità delle regole e delle procedure del lavoro, con la rigidità delle mansioni, con il costo del lavoro, e così via. Questa proposta sembra una di quelle borse firmate che troneggia nei negozi del centro: ruba l’occhio, è tremendamente alla moda, ma una volta “indossato”, risulta poco inutile.
Il documento di Renzi non cade nell’errore di Severgnini; si parla di contratto di inserimento, ma si chiarisce che questo non è la panacea di tutti i mali, ma soltanto uno strumento finalizzato ad agevolare l’ingresso al lavoro dei giovani.
C’è da sperare che i provvedimenti che daranno concretezza normativa al Jobs Act seguano questa linea, affrontando i nodi reali del sistema; solo in questo modo potremmo ridare competitività a un ordinamento che oggi allontana gli investimenti.

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