Servizi per l’impiego: quei pregiudizi obsoleti che bloccano le riforme

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Mauro Soldera
A volte i numeri sembrerebbero in grado di spiegare tutto, di fornire la fotografia completa e sufficiente per indirizzare le scelte, le iniziative, le azioni; e invece poi la realtà torna a sorprenderti.
Si potrebbe utilizzare a riguardo il caso dei servizi per l’impiego nel nostro Paese. La stampa (S. Rizzo, Corriere della Sera 23 novembre 2013) ci fornisce uno spaccato impietoso di inefficienza, inefficacia e costo, ricordando i numeri dei nostri centri per l’impiego: 9.865 dipendenti, 464 milioni di euro annui per il loro mantenimento (Ufficio Studi Confartigianato), 35.183 persone che – come media annua – trovano una occupazione grazie all’intermediazione di questi uffici. Uguale: il 2,2% sul totale delle assunzioni e più di 13 mila euro investiti dalla collettività per ogni singola intermediazione.
E non si può dire che il materiale manchi, vista la consistenza dei tassi di disoccupazione.
A voler essere proprio crudeli si potrebbe anche ricordare che il rapporto tra le circa 31 mila aziende che nel 2013 si sono rivolte ai centri per l’impiego e i quasi 9 mila dipendenti destinati in tali uffici specificamente alle attività di inserimento porta al risultato per cui ogni addetto ha seguito un’azienda ogni 3 mesi e 12 giorni (sempre fonte Confartigianato).
La matematica è spietata. Il quadro che offre parrebbe, appunto, sufficiente per concludere che aumentare la spesa per sostenere queste inefficienze, aumentarla ancora visto che dal 2005 al 2011 la spesa per il personale dei centri per l’impiego è aumentato del 24,4%… non pare la strada migliore per occuparsi di due piaghe che affliggono il nostro Paese: disoccupazione da un lato e debito pubblico dall’altro.
Poi però intercetti la narrazione del senatore Ichino in merito alle vicende di una sua proposta normativa volta a migliorare le capacità e le possibilità di ricollocazione delle persone in cerca di una nuova occupazione (www.pietroichino.it/?p=28923). E leggendo riscopri la bellezza infantile dello stupore incondizionato.
In breve, la proposta, trasformatasi in emendamenti a più di un testo normativo in discussione dall’estate ad oggi, non ha trovato alcuna accoglienza. Il senatore spiega che il motivo starebbe nel fatto per cui la sperimentazione porterebbe a destinare risorse (nell’ultima versione tentata si parla di 2 milioni di euro…) ai servizi privati, col rischio di “mortificare” gli uffici pubblici, che invece dovrebbero essere gli unici destinatari di (eventuali e nuovi) contributi.
Leggi, rileggi e rimani incredulo. Non può essere tutto lì. Ci sarà sicuramente un’altra spiegazione, non può non esserci!
Forse il tutto si spiega con la ferma intenzione di “ribaltare” completamente i servizi pubblici, di riqualificare le risorse, definire precisi livelli di servizio ed azioni di monitoraggio puntuali, subordinare i finanziamenti a risultati concreti, organizzare e razionalizzare le risorse sotto una stretta logica di efficienza e sostenibilità per le casse pubbliche… Occuparsi finalmente di una inefficienza così grave e dannosa.
Ma certo non può essere solo un’intenzione. Probabilmente tutto questo è già contenuto in progetti avanzati, viste le urgenze e visto che dal 1 gennaio 2014 si deve “dar corpo” al progetto di Youth Guarantee. Quindi, nonostante la gravità della situazione imporrebbe di piantarla di perdere tempo a discutere ancora di pubblico/privato, dedicandosi piuttosto a mettere in campo tutte le forze disponibili, sperimentare una nuova soluzione non è opportuno, neanche farla destinando risorse strettamente condizionate ad un risultato concreto. Sicuramente sarà cosi, attendiamo fiduciosi.
Per il momento, dunque, volenti o nolenti ci tocca sperimentare un nuovo tentativo di rianimazione dei nostri servizi pubblici; e forse potremmo anche accontentarci se ci confermassero essere l’ultimo e comunque entro un tempo limite.
Siamo certi che, nel caso dovesse fallire, si potrà trovare un modo per spiegare e far sopportare la mortificazione.

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