Diritto del lavoro: un reticolo di fonti genera un sistema non competitivo

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Giampiero Falasca

(articolo estratto dallo speciale “Il diritto del lavoro”, ieri in edicola con Il Sole 24 Ore)

La complessità del nostro diritto del lavoro è accresciuta dalla grande stratificazione di fonti normative  che intervengono a regolare le stesse materie, non sempre in maniera coordinata tra loro.La coesistenza tra fonti differenti che da sempre crea meno problemi è quella che si genera tra legge e contratto collettivo: secondo una prassi consolidata del nostro ordinamento, la legge fissa un quadro minimo di regole, e i contratti collettivi le completano o, a seconda dei casi, le integrano o le modificano, allo scopo di adattarle ai settori, ai territori o alle aziende cui fanno riferimento. Si tratta di uno schema che ha sempre dato buoni risultati, tanto che il legislatore sceglie sempre di più di affidare alle parti sociali il compito di adattare la legge ai casi concreti (il decreto Giovannini, ad esempio, si affida ai contratti collettivi per intervenire sulla causale). Molto più problematica è la convivenza che si genera tra la legge nazionale e la legge regionale. In questo caso siamo in presenza di fonti di pari livello e rango costituzionale, che si dovrebbero differenziare solo per due aspetti: il territorio di competenza, e le materie che possono essere regolate da ciscuna fonte. Secondo le regole del Titolo V della Costituzione (in particolare, l’art. 117), approvate nel 2001, le materia rientranti nella nozione di “ordinamento civile” (che include anche i rapporti di lavoro) dovrebbero essere di competenza esclusiva della legge statale, mentre quelle rientranti nella nozione di “tutela e sicurezza del lavoro” (che include anche i servizi per l’impiego) dovrebbero essere oggetto di competenza concorrente. Questo meccanismo è talmente complesso che non ha mai funzionato, perchè i confini tra i diversi ambiti di competenza non sono certi, e perchè un mercato del lavoro frammentato in tanti sistemi di regole non si giustifica in un territorio ristretto come quello italiano. Il contratto di lavoro su cui questi problemi si sono riversati in maniera più marcata è l’apprendistato, che solo con il Testo Unico del 2011 ha iniziato ad abbandonare le sabbie mobili in cui era finito. Altro rapporto messo seriamente in difficoltà da questi problemi di competenza è il tirocinio, avvolto da un’incertezza applicativa che sembra ancora oggi insuperabile. Un’altra fonte che interviene sulle regole del lavoro sono i decreti e le circolari ministeriali. I decreti sono fonti secondarie che possono regolare una materia quando la legge rinvia a loro (es. il decreto con il quale il ministero del lavoro ha approvato il libretto formativo per l’apprendistato) mentre le circolari sono atti amministrativi che non possono essere considerate vere fonti del diritto, in quanto non possono dettare regole dotate di efficacia normativa, ma servono solo a dare indicazioni al personale ispettivo o ministeriale. Questo strumento sta subendo una mutazione genetica molto preoccupante: le circolari vengono sempre più utilizzate per reinterpretare e integrare  la legge. Questo metodo è molto rischioso, perchè quando esce una circolare le aziende, in buona fede, tendono ad applicare le interpretazioni fornite dal Ministero o dall’ente pubblico, spesso dimenticando che il giudice del lavoro può liberamente scegliere un’interpretazione diversa.  Su tutto il sistema hanno poi un peso importante i principi costituzionali (che devono essere attuati dalle leggi ordinarie e, spesso, sono attualizzati dalla Corte Costituzionale) e le norme comunitarie. Le Direttive fissano principi che devono essere attuati dagli Stati Membri, come accaduto sul lavoro a termine, sulla somministrazione, sull’orario di lavoro e su tanti altri istituti. Quando poi le norme comunitarie sono sufficientemente specifiche, trovano immediata applicazione, prevalendo addirittura sulle norme interne. Si tratta di un principio di difficile applicazione, almeno per quanto riguarda le Direttive, in quanto spesso in sede giurisprudenziale una lettura ampia del meccanismo appena descritto apre la porta alla disapplicazione della legge nazionale, in favore di principi comunitari la cui riconoscibilità non è così scontata. Eclatante al riguardo è la vicenda dei contratti a termine, che spesso vengono annullati in giudizio anche se sono conformi alla legge nazionale (es. quelli del personale scolastico, o quellia acausali del settore postale), in quanto avrebbero violato principi della direttiva comunitaria che, a ben vedere, non sono così chiari, pacifici ed oggettivi.

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