Governo Letta: perché può funzionare

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Riceviamo questo contributo da Andrea Morzenti
(twitter@AMorzenti), il quale ci spiega le ragioni del suo sostegno al Governo Letta.

Sono stato un sostenitore di un governo a guida Enrico Letta fin dai primi giorni successivi alle elezioni di febbraio. Credo, infatti, che in un partito serio, chi non vince le elezioni debba prenderne atto, rassegnando le dimissioni. E non debba, invece, insistere nel cercare ad ogni costo un accordo per andare al governo. E questo, a mio avviso, avrebbe dovuto fare subito Pierluigi Bersani. Ma credo anche che, in un Paese normale, in caso di sostanziale pareggio elettorale sia doveroso che i principali partiti trovino un accordo di governo su pochi punti necessari, condivisi, prima di tornare nuovamente al voto. E che, nel caso dell’Italia, il governo debba essere politico (dopo l’esperienza del governo tecnico di Mario Monti) e guidato da un esponente di primo piano del partito di maggioranza. Ecco perché il nome di Enrico Letta mi è parso fin da subito naturale.
Un governo di scopo non di legislatura e non governissimo; poi, dopo un anno, di nuovo al voto. Per due motivi: primo, la principale causa di ingovernabilità è l’attuale legge elettorale, che quindi deve essere rivista; secondo, la situazione economica necessita subito di un governo. Ciò premesso, mi soffermo su due priorità che, a mio parere, dovrà avere il nuovo esecutivo.
Governabilità, per permettere, a chi vince le elezioni, di poter governare per l’intera legislatura dando esecuzione al programma presentato agli elettori.
Nuove norme sul lavoro, per consentire alle imprese di assumere lavoratori in modo più semplice e più certo.
Sul primo aspetto, credo che l’accordo possa essere trovato sulla base di uno “scambio” tra il Pd e il Pdl. Una riforma che preveda una legge elettorale a doppio turno, che consenta di votare i candidati e non (solo) i partiti, unita a una forma di presidenzialismo. A mio parere, aggiungo, anche il doppio turno elettorale deve essere inserito, almeno come principio generale, in Costituzione, al fine di “blindare” l’accordo su entrambi gli aspetti. E’ necessario, ma soprattutto non più rinviabile il superamento del bicameralismo perfetto e la riduzione del numero dei parlamentari, punti su cui tutti concordano.
Sul secondo aspetto, il principale obiettivo ritengo debba essere la semplificazione dei canali di ingresso nel mercato del lavoro. Provo ad elencare alcuni punti:
1. superamento delle collaborazioni coordinate e continuative, comprese le collaborazioni a progetto, forma di parasubordinazione tipica del non essere “né carne né pesce” della normativa italiana; il lavoro deve essere autonomo oppure subordinato, senza dannose e astruse vie di mezzo.
2. semplificazione del contratto di somministrazione di lavoro (anche a seguito della recente sentenza della Corte di Giustizia dell’11 aprile 2013, che ne ricorda la non sovrapponibilità con il contratto di lavoro a tempo determinato) che, riporto le parole della direttiva 2008/104/CE, “risponde non solo alle esigenze di flessibilità delle imprese ma anche alla necessità di conciliare la vita privata e la vita professionale dei lavoratori dipendenti e contribuisce pertanto alla creazione di posti di lavoro e alla partecipazione al mercato del lavoro e all’inserimento in tale mercato”
3. semplificazione del contratto di lavoro a tempo determinato; norme semplici, che ne prevedano la legittimità solo con riferimento alla durata complessiva (anche a seguito di più contratti) e alla percentuale di utilizzo rispetto ai lavoratori assunti a tempo indeterminato
4. semplificazione del contratto di apprendistato, prevedendo la possibilità di raggiungere la durata complessiva del piano formativo anche in forza di più contratti e non necessariamente con un unico contratto, fermi restando gli obblighi percentuali, di legge, di conferma in servizio
Se il governo di Enrico Letta dovesse raggiungere questi obiettivi, avremmo davvero un mercato del lavoro un po’ più dinamico ed inclusivo, come si auspica la Legge Fornero (L. n. 92/2012) e, con le prossime elezioni politiche, potremmo votare per un parlamento che potrà finalmente approvare le riforme necessarie per l’Italia, oltre che avere un governo di legislatura.

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